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di Errico Novi


Il Dubbio, 26 gennaio 2022

 

Il nodo "collaborazioni inesigibili". La Corte costituzionale sa essere tanto più sottile quanto più scomposte rischiano di rivelarsi le reazioni alle sentenze. Lo dimostra anche con la decisiva pronuncia depositata ieri in materia di accesso al beneficio dei permessi premio per i detenuti "ostativi".

Da una parte infatti la Consulta ribadisce la necessità di verifiche più stringenti nei confronti di quei reclusi che per scelta deliberata non collaborano; dall'altra, non solo chiarisce di nuovo che persino questi ultimi possono essere ammessi al beneficio, ma consolida il principio per cui la "collaborazione inesigibile" è di per sé un dato sufficiente a evitare che il condannato debba sottostare a verifiche identiche.

Oltre a consolidare la propria giurisprudenza, la Corte mette oggettivamente di fronte al fatto compiuto i deputati della commissione Giustizia: i quali hanno adottato, di recente, un testo base di orientamento del tutto opposto proprio riguardo alle collaborazioni impossibili, e si preparavano così ad approvare una legge assai diversa da quella che la Consulta aveva "suggerito" loro in materia di liberazione condizionale degli "ostativi".

Più nel dettaglio, la nota diffusa ieri dalla Corte costituzionale spiega che "per presentare una richiesta ammissibile di permesso- premio (una richiesta che possa, cioè, essere esaminata nel merito), il condannato per "reati ostativi" deve sottostare a regole dimostrative più o meno rigorose, a seconda delle ragioni per cui non ha collaborato con la giustizia. Queste regole", spiega il giudice delle leggi, "sono più rigorose per chi sceglie di non collaborare, pur potendolo fare; meno rigide, invece, quando la collaborazione è impossibile (in quanto i fatti criminosi sono già stati integralmente accertati) o inesigibile (a causa della limitata partecipazione a tali fatti), e sarebbe quindi priva di utilità per la giustizia".

La sentenza depositata ieri è la numero 20 del 2022 (redattore Nicolò Zanon): vi si esclude che la differenziazione di trattamento determini una lesione del principio di uguaglianza e perciò si dichiarano non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal magistrato di sorveglianza di Padova. È corretto, insomma, distinguere "la posizione di chi "oggettivamente può, ma soggettivamente non vuole" (silente per sua scelta), da quella di chi "soggettivamente vuole, ma oggettivamente non può" (silente suo malgrado)".

La Corte ha richiamato anzitutto la propria sentenza n. 253 del 2019, che ha dichiarato costituzionalmente illegittima - limitatamente alla concessione dei permessi premio - la presunzione assoluta di pericolosità a carico dei detenuti che scelgono di non collaborare (pur essendo nelle condizioni di farlo).

Con quella pronuncia si è stabilito che, affinché la loro richiesta di accesso al beneficio sia ammissibile, è necessario acquisire elementi tali da escludere sia l'attualità dei collegamenti dei detenuti in questione con la criminalità organizzata sia il pericolo del ripristino di tali collegamenti. Il magistrato di sorveglianza di Padova, proprio a seguito della sentenza n. 253, riteneva privo di giustificazione e lesivo del principio di uguaglianza il diverso regime probatorio vigente per i detenuti la cui collaborazione con la giustizia è oggettivamente impossibile o inesigibile, in cui deve essere valutata la sola insussistenza di rapporti attuali con il contesto malavitoso. Di qui la censura di illegittimità costituzionale dell'articolo 4 bis, comma 1 bis, dell'ordinamento penitenziario, con l'intenzione di parificare la posizione delle due categorie di condannati.

La Corte costituzionale, nel dichiarare non fondate le censure, ha osservato che il carattere volontario della scelta di non collaborare costituisce - secondo dati di esperienza - un oggettivo sintomo di allarme, tale da esigere un regime rafforzato di verifica, esteso all'acquisizione anche di elementi idonei ad escludere il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata, senza i quali la decisione sull'istanza di concessione del permesso premio si arresta già sulla soglia dell'ammissibilità.

Quando, invece, la collaborazione non potrebbe comunque essere prestata, può essere verificata la sola mancanza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata. La Corte conclude che questa differenziazione non appare irragionevole. E perciò rigetta la questione, "senza dimenticare che la previsione delle ipotesi di collaborazione impossibile o inesigibile scaturisce da ripetute pronunce di questa Corte (68 del 1995, 357 del 1994 e 306 del 1993), tese appunto a distinguere, con disposizioni di minor rigore, la posizione del detenuto cui la mancata collaborazione non fosse oggettivamente imputabile".