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di Francesca Paci


La Stampa, 27 gennaio 2022

 

Dicono che possano volerci anche parecchie ore prima che il corpo ceda definitivamente al freddo. Il cuore rimbalza, il respiro singhiozza, gli occhi febbricitano, braccia e gambe via via più rigide diffondono un torpore livido. È così che lunedì notte sette giovani bengalesi sono morti a poche miglia di mare da Lampedusa. È così che a novembre un bambino siriano di appena un anno ha perso la vita nella foresta ghiacciata lungo il confine bielorusso, a un passo dalla Polonia e dalla libertà. È ancora così che tre settimane fa una mamma proveniente dal lontano Afghanistan si è fermata per sempre al confine tra Iran e Turchia, sepolta lì, nella neve, dopo essersi sfilate le calze per avvolgervi le mani assiderate dei figli e scaldarsi il cuore.

Che se ne parli oppure no, i migranti continuano a partire, a rischiare, a morire. Nel Mediterraneo, nell'Egeo, lungo la rotta balcanica, a distanza ravvicinatissima da quella fortezza Europa su cui tutti puntano la posta più alta. Mentre l'Italia aspetta il nome del prossimo presidente della Repubblica la Geo Barents, la nave di ricerca e soccorso di Medici Senza Frontiere, chiede da giorni un porto sicuro dove sbarcare le 439 persone scappate dalla Libia per arrestarsi nel limbo da cui le coste siciliane appaiono vicinissime e irraggiungibili. Quante volte abbiamo raccontato questa storia? Quante volte abbiamo cercato i volti dietro i numeri asettici degli sbarchi per sminare con una narrazione differente la retorica securitaria? Quante volte abbiamo umanizzato l'immigrazione perché facesse meno paura a una Ue su nulla tanto compatta quanto sul blindarsi dall'invasione dei disperati?

Bisogna dire basta. Non possiamo fermare i migranti ma possiamo provare a fermare il gioco a somma zero in cui la politica perde sistematicamente e i barconi affondano. C'è un solo modo per affrontare il problema su scala europea ed è la revisione del regolamento di Dublino. Curiosamente l'Italia se ne interessa poco, quasi fosse un dibattito astratto, lontano, impantanato nella burocrazia. Invece non lo è. Sia pur con tempi dilatati la Commissione ha inviato al Consiglio e al Parlamento una proposta di riforma che è ora in discussione alla commissione competente, la LIBE. Ed è una proposta che, peggiorando di molto quella votata dal Parlamento di Strasburgo nel 2017 e stoppata in Consiglio, va in direzione antitetica tanto ai principi umanitari di cui pontifica l'Europa dei diritti quanto agli interessi dell'Italia. La questione è la ripartizione più equa dei richiedenti asilo che gravano sui Paesi di primo approdo, la risposta è un meccanismo facoltativo (non più obbligatorio come prima), in cui i governi che non vogliono prendere la loro quota di profughi possono alternativamente investire soldi in paesi terzi disposti a fermare i flussi o finanziare il rimpatrio degli irregolari. Poniamo per dire che la Polonia rifiutasse di accogliere la sua parte di rifugiati: avrebbe comunque la chance di compensare l'Italia aiutandola economicamente a rimandarli a casa.

Sembra tutto molto noioso, vero? Per questo ce ne interessiamo poco. Occhio però, che la riforma, oltre a mercificare la solidarietà, aumenta il carico sui Paesi di primo ingresso come noi e le frecce nell'arco dei sovranisti. Oggi, checché martellino gli spacciatori di paura, l'Italia è lontana da cifre emergenziali di sbarchi. Oggi, però. Intanto si muore di freddo in mezzo al mare. Sarebbe ora che il nostro governo, forte anche dell'autorevolezza di cui gode in questa fase, prendesse in mano la riforma di Dublino. Per ogni mamma senza calze, per ogni bambino senza guanti, perché le loro vite non servano sul breve termine a bagnare di lacrime la cattiva coscienza europea e sul lungo termine a seminare l'odio da cui germogliano i muri.