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di Antonella Mascali

 

Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2022

 

Per la Consulta è illegittimo il visto di censura della corrispondenza tra mafiosi al 41-bis e i loro avvocati. "Mi sarei aspettato che la Corte distinguesse tra controllo di una corrispondenza chiusa e trattenimento di una corrispondenza aperta e pericolosa".

La Corte costituzionale ha dichiarato nei giorni scorsi illegittimo il visto di censura della corrispondenza tra detenuti mafiosi al carcere speciale, il 41-bis, e i loro avvocati, come chiesto dalla Cassazione. Il diritto di difesa, si legge, "comprende il diritto di comunicare in modo riservato con il proprio difensore". Abbiamo chiesto in merito un'opinione a Sebastiano Ardita, consigliere togato del Csm, ex direttore dell'ufficio detenuti del Dap. "Ho letto la sentenza e non vi ho trovato nulla di nuovo sui principi generali, perché era noto a tutti e da tempo che la corrispondenza con i difensori, anche di 41-bis, non deve essere sottoposta a controllo. Ma temo che il caso concreto abbia poco a che fare con il controllo della corrispondenza e che il nodo centrale non sia stato affrontato dalla Corte".

 

In che senso?

Nel caso specifico affrontato dalla Corte, nessuno ha preteso di aprire una busta destinata a un difensore per cercare eventuali messaggi. Risulta, invece, che un detenuto del carcere di Opera ha consegnato agli agenti una bozza di telegramma, da cui emergeva con evidenza un testo suscettibile di contenere un messaggio pericoloso.

 

La Corte non avrebbe centrato il tema?

La questione era un'altra. Quella di distinguere tra controllo preventivo - ossia ricerca della possibile comunicazione illecita - e trattenimento di una comunicazione aperta che già appariva ambigua. Non ho letto il telegramma, ma se è vero che il testo si prestava a comunicazioni cifrate o pericolose il trattenimento, alla luce dell'intero sistema normativo, avrebbe potuto considerarsi legittimo se non addirittura doveroso.

 

La Corte, dunque, avrebbe dovuto differenziare?

Mi sarei aspettato che la Corte distinguesse tra controllo di una corrispondenza chiusa e trattenimento di una corrispondenza aperta e pericolosa. In questo secondo caso andavano a mio avviso messi in raffronto i due beni che venivano in conflitto: da un lato il pericolo concreto per i cittadini che parta dal carcere un ordine di commettere un delitto, dall'altro il diritto di comunicare con il difensore, che non tollera controlli, ma non può spingersi fino a impedire il trattenimento di un testo da cui risulti già evidente che possa derivare un danno.

 

La Corte riconosce che il diritto alla riservatezza in certi casi "non è assoluto", ma ritiene il controllo in questione inutile al fine di impedire ai boss di comandare dal carcere, dato che hanno diritto a colloqui riservati con i legali...

Questo argomento non è pertinente al caso concreto venuto all'attenzione della Corte. Ribadisco che qui non si tratta del problema del controllo delle comunicazioni. Una volta che è palese la pericolosità di un testo aperto, sarei molto cauto nel dire che non si possa trattenere solo perché è diretto a un difensore.

 

La censura della corrispondenza, dice la Corte, essendo prevista "anche in assenza di qualsiasi elemento concreto" di pericolo, presuppone una "generale e insostenibile presunzione di collusione del difensore"...

Non c'è nessuna offesa né al ruolo dei difensori né al diritto di difesa. Ma così ragionando, si potrebbe arrivare alla conclusione che la matricola avrebbe dovuto inoltrare il telegramma anche se ci fosse stato un messaggio con l'ordine di commettere un omicidio.

 

Quando era al Dap si è imbattuto in lettere sospette di boss ad avvocati?

Non ricordo di lettere ai difensori sottoposte a censura quando stavo al Dap, perché mai si è avallata questa prassi. Credo che il ruolo degli avvocati vada rispettato e tutelato, ma ciò non esclude la pervasività delle organizzazioni criminali mafiose nel tentativo di mandare messaggi all'esterno. Ricordo la lettera che un avvocato lesse a nome dei suoi assistiti, capi del clan dei Casalesi e imputati nel processo, che con intento intimidatorio accusavano la Corte di lasciarsi influenzare dalle opinioni di Roberto Saviano e di Raffaele Cantone.