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di Claudia Osmetti


Libero, 28 gennaio 2022

 

Il 18% degli istituti di pena non ha un dirigente, altri se lo dividono. Non ci sono educatori né magistrati di sorveglianza. Per tacere degli agenti (10mila in meno). "C'è carenza di acqua calda e intere sezioni sono senza riscaldamento. Sta aumentando lo stato di aggressività tra i detenuti, tanto che le risse violente e gli atti di autolesionismo sono giornalieri.

Il magistrato di sorveglianza non risponde a istanze anche da oltre un anno". Viene lo sconforto, a leggere quelle righe. Perché sì, a Parma "c'è effettivamente una situazione molto complessa", spiega Alessio Scandurra, il coordinatore dell'osservatorio di Antigone, ossia dell'associazione che da anni monitora quel che avviene dietro le sbarre italiane. Chiariamo subito, però: che le patrie galere siano dei colabrodo, spesso fatiscenti e sicuramente affollate non è una novità. Non è nemmeno un fatto peculiare di Parma.

"Lì", continua Scandurra, "la struttura è composta da due padiglioni. Quello nuovo, in sostanza, non ha grosse segnalazioni. In quello vecchio invece si è costretti a razionare l'acqua calda, come dice il detenuto, perché non ce n'è abbastanza, e anche l'impianto di riscaldamento non è adeguato. Abbiamo ricevuto pure noi segnalazioni sull'aumento di casi di autolesionismo, che invece è proprio una peculiarità di questa struttura perché altrove, in media, non si registra. Ma il punto principale è che sussiste una carenza di organico.

Il carcere di Parma è stato per lungo tempo senza un direttore, quello nuovo è entrato in servizio a fine 2020, in un momento particolare e molto difficile. Non ha nemmeno un vice su cui appoggiarsi". Non è un carcere piccolino, quello di cui stiamo parlando: ha una capienza di oltre 600 posti, un'ala riservata ai disabili che arrivano da tutta Italia, una sezione dedicata al 41-bis (cioè al carcere duro), un'età media più alta di quella nazionale (il che non aiuta, per ovvie ragioni, la gestione di aree specifiche come l'infermeria).

"Far funzionare quella macchina non è uno scherzo", ammette Scandurra, "specie se le forze sono ridotte e manca persino il personale dirigenziale". Va in questo modo in mezzo Paese. Manca di tutto, al fresco. Dagli agenti nei vari bracci su su fino alla scrivania del direttore di turno. I numeri (quelli veri) li ha dati Rita Bernardini intervenendo al congresso dell'associazione Nessuno Tocchi Caino, nel carcere milanese di Opera nemmeno un mese fa: è la litania dell'imbarazzo.

Su 189, sette istituti non hanno manco un'anima al loro capo, altri 27 si dividono un direttore (quindi il tempo a sua disposizione, quindi la possibilità di poter risolvere qualsivoglia bega). Praticamente il 18% delle nostre prigioni è senza una figura apicale di riferimento. Su una pianta organica di 999 educatori, sono in servizio appena in 710.

I magistrati di sorveglianza meglio neanche citarli perché se ne contano 206 a fronte di un totale dei detenuti che supera le 54mila unità: hai voglia a chiedere qualcosa, qualunque cosa. Star dietro a tutti diventa oggettivamente impossibile. Gli agenti dovrebbero essere 41.595 ma sono solo 32.275, cioè ne mancano più di 9mila.

Serve continuare? "La carenza di direttori è una questione seria", commenta Scandurra, "dovuta da un lato a un aumento della complessità amministrativa che, come per tutti i settori, cresce nel tempo, e dall'altra al concetto di responsabilità, perché dirigere un carcere non è una passeggiata. Vuol dire andarci tutti i giorni, tanto per cominciare.

Il risultato è che in Sardegna, per esempio, non ci vuole andare più nessuno e tutti i direttori delle carceri, sull'isola, sono sardi. Oppure che, in media, ogni direttore segue circa tre istituti diversi". L'altro aspetto è legato al portafoglio perché lo stipendio è, indennità a parte, il medesimo sia per i piccoli che per i grandi penitenziari. "Attualmente è in corso un concorso per 40 posti che dovrebbe metterci una pezza", chiosa l'esperto, "però per troppi anni non s'è fatto nulla".

È già qualcosa, anche se, nell'immediato, il bando rischia di essere controproducente: le commissioni che dovranno vagliare i profili degli aspiranti direttori sono composte dagli attuali colleghi che, per poterlo fare, dovranno necessariamente assentarsi dal proprio posto di lavoro.