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di Riccardo Polidoro

 

Il Riformista, 28 gennaio 2022

 

I penalisti insorgono avverso la diffamatoria presa di posizione de "Il Fatto quotidiano" che, all'indomani della sentenza della Corte Costituzionale sull'abrogazione della censura della corrispondenza tra detenuti sottoposti al regime differenziato di cui all'art. 41 bis e i difensori, ha scritto che ora "i boss potranno ordinare omicidi e stragi per lettera". La gravissima affermazione, che rispecchia i valori a cui s'ispira il citato quotidiano, rappresenta esplicitamente la volontà di gettare fango sulla professione di avvocato, visto come complice ed esecutore delle volontà illecite dei suoi assistiti.

Il visto di censura eliminato dalla Corte consentiva l'apertura della corrispondenza da parte dell'autorità giudiziaria o dell'amministrazione penitenziaria e la sua integrale lettura. All'esito della stessa, si poteva poi determinare la mancata consegna al destinatario, sia che esso fosse il difensore ovvero il detenuto. La procedura comportava, dunque, il venir meno della segretezza nel rapporto detenuto-difensore e poteva arrivare anche a non far conoscere, all'insaputa degli interessati, non solo quanto scritto nella corrispondenza, ma anche il suo stesso invio. Tutto ciò a giudizio discrezionale di chi esercitava il controllo. Un sistema in palese violazione del diritto di difesa, principio cristallizzato nell'art. 24 della Costituzione.

E quale tutela potrebbe avere il detenuto se la sua strategia processuale venisse conosciuta anzitempo dall'accusa? Se il confronto con il difensore sui fatti oggetto dell'imputazione venisse mediato dalla lettura da parte dell'autorità giudiziaria? Argomenti che non interessano evidentemente "Il Fatto quotidiano" che, nell'occasione, ha ritenuto - non condividendo la pronuncia della Corte - di gettare una luce di sospetto sul difensore, indicandolo come colluso con sodalizi criminali. Eppure il ruolo della difesa è storicamente insostituibile, in quanto garanzia dello Stato di diritto. Non potendo, pertanto, aspirare alla sua abolizione si cerca di sminuirne la funzione, nella cieca convinzione che gli indagati siano tutti colpevoli e che l'avvocato costituisce un inutile intralcio processuale che ostacola la conclusione di un rapido processo da concludersi con la condanna. Non molto tempo fa, un autorevole personaggio politico ebbe, infatti, a dichiarare che la procedura penale inizia con le indagini che sfociano nel processo e poi, appunto, nella condanna. Non venne presa in considerazione altra soluzione. Si vuole ignorare che, purtroppo, gli errori giudiziari nel nostro Paese sono moltissimi e che le ingiuste detenzioni, statisticamente, giungono a un numero impressionante, pari a tre al giorno.

Contrariamente a quanto sostenuto, dunque, il diritto di difesa va rafforzato e non indebolito e meritano maggiori tutele le garanzie processuali, nel rispetto non solo della tenuta di uno Stato democratico, ma nell'interesse di tutti. Ben venga, dunque, la sentenza della Corte Costituzionale che, tra l'altro, oltre a ribadire quanto già indicato da norme europee e internazionali, conferma un principio già stabilito, in passato, dalla stessa Corte, in ordine ai colloqui con il difensore: l'eventualità che persone appartenenti ad un ordine professionale, tenute al rispetto di un codice deontologico nello specifico campo dei rapporti con la giustizia e sottoposte alla vigilanza disciplinare dell'ordine di appartenenza, si prestino a fungere da tramite fra il detenuto e i membri dell'organizzazione criminale, se non può essere certamente esclusa a priori, neppure può essere assunta ad una regola di esperienza, tradotta in un enunciato normativo. Vi possono essere, dunque, rare eccezioni e le regole. L'importante è che le prime non si tramutino nelle seconde, come avviene proprio per il 41 bis, al cui regime sono sottoposte circa 800 persone: tutti boss?