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di Domenico Alessandro De Rossi*


Il Riformista, 28 gennaio 2022

 

Tra i tanti argomenti interessanti il (mal)funzionamento della Giustizia ogni giorno di più emerge per la gravità delle condizioni in cui si trova proprio l'esecuzione penale. Non è più rinviabile un'ampia riflessione riguardante cosa significhi oggi, ma segnatamente per il domani, la funzione della detenzione alla luce del dettato costituzionale. Urgente oggi è anche un'ampia valutazione su come realizzare tale scopo.

Il ragionamento è ovviamente legato ai problemi dell'edilizia penitenziaria, della gestione del patrimonio preesistente e dei possibili nuovi istituti, oltre al suo eventuale rapporto col territorio. Recentemente Franco Corleone, che di carceri se ne intende, senza tanti giri di parole su Il Manifesto viene al punto: "Non sopporto più l'ipocrisia di chi lamenta il fenomeno senza indicare le cause". In sostanza si dice stanco, anche lui, di questo strano rapporto tra fittizie intenzioni di cambiamento e conseguenti apparenti doglianze per i risultati mai raggiunti che non individuino le responsabilità. Tra le ultime iniziative assunte dal ministro Bonafede nel 2021, poi ereditate dalla Guardasigilli Cartabia (non sappiamo in che termini e con quale entusiasmo), c'è la notizia dell'ennesima istituzione della Commissione per l'architettura penitenziaria.

Titolo altisonante quello del tavolo, promosso in prima persona non si sa da chi. Richiamando in nome dell'arte del costruire la Commissione, l'operazione sembrerebbe essere stata più un assicurare la presenza alle future decisioni che non quello di risolvere quanto di attuale, urgente e necessario pretende la gravissima situazione. Costruzioni complesse sono le carceri. Per lo stato disastroso in cui si trovano oggi, è più rispettoso annoverarle nel campo dell'edilizia penitenziaria, ben lontana questa dimensione dall'architettura. Le Commissioni sono formate in buona parte sempre dagli stessi professionisti che, nonostante puntualmente vengano chiamati per le doverose dissertazioni, ostinandosi a parlare di architettura permangono nei fatti comodamente fuori dalla più semplice discussione edilizia che riguarda gli impianti mal funzionanti, i tetti rotti, gli arredi fatiscenti, gli spazi inadeguati, laboratori inesistenti, celle sottodimensionate.

Pensiamo che al massimo le Commissioni, per dovere istituzionale, l'esistenza dell'ancora non abrogato articolo 27 della Costituzione, accomodandosi così nei più sicuri binari di stretta osservanza formale. Di fatto l'ultima commissione Bonafede, i cui risultati dei lavori svolti sono poco noti, sembrerebbe essere niente di più che il solito auspicio di quanto sarebbe bello se si potesse avere un carcere a misura dei diritti umani, in regola col dettato costituzionale e costruito secondo canoni rispettosi della buona architettura. A detta di chi è meglio informato di me, questo risultato della Commissione sarebbe l'"ennesimo atto della rappresentazione della "stagione dei proclami architettonici" in tema di carcere". Lacrime di coccodrillo? Può darsi. Ma questa affermazione rivela se non altro una coazione a ripetere dei partecipanti riuniti nei soliti riti ministeriali dei tavoli e delle commissioni. Ben sapendo che i risultati non ci saranno. In compenso subito dopo si affretteranno a lamentarsi della loro inconcludenza.

Data la suddetta coazione, sono da escludere debite distanze dalla accertata inutilità delle Commissioni, dei convegni e dei tavoli tecnici. Almeno per coltivare la propria immagine, il partecipare può essere cosa utile, non certo alle carceri, ma sicuramente alla persona. Qui Franco Corleone ha visto giusto. Insomma è veramente necessario che la ministra Cartabia muova verso nuovi modelli interpretativi in concorso con altre competenze ministeriali sulla vera funzione dell'esecuzione penale. Il futuro della riflessione sull'esecuzione della condanna e del suo significato deve passare per la riduzione drastica della recidiva, proponendo nuovi modelli organizzativi destinati a supportare le istituzioni, trasformandosi in servizi per il territorio. Insomma il sequestro del tempo come condanna e vendetta surrettizia deve cambiare nella civile opportunità di recupero e reinserimento nel corpo sociale. Nell'interesse non solo del detenuto.

 

*Architetto, docente e urbanista. Vicepresidente e fondatore del Cesp (Centro europeo studi penitenziari)