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di Francesca Caferri


La Repubblica, 1 febbraio 2022

 

Oggi a Mansoura l'udienza decisiva per lo studente egiziano liberato a dicembre dopo 2 anni di cella: "Voglio finire il master a Bologna ma non scappo dal mio Paese".

Il Cairo. Patrick Zaki non sta fermo un attimo. Il suo destino è appeso a un filo e il filo è in mano al giudice del tribunale di Mansoura che nelle prossime ore dovrà decidere se chiudere il suo caso, rinviarlo ancora oppure - nulla è escluso - farlo ritornare in quella cella dove ha trascorso 22 degli ultimi 24 mesi, da quando nel febbraio 2020 fu arrestato all'aeroporto del Cairo di ritorno da Bologna, dove studiava. Lo incontriamo nella sede dell'Egyptian initiative for personal rights (Eipr), l'Ong con la quale collabora e che in questi mesi è stata in prima fila nella sua difesa.

 

La prima cosa che tutti vorrebbero sapere è come stai e come hai passato questi due mesi di libertà...

"Sto bene. Ma non sono due mesi: 52 giorni, più o meno. In cella ho imparato che i giorni di libertà vanno goduti a uno a uno. Comunque, devo confessare che le ultime settimane non sono state facili: ho dovuto imparare di nuovo a vivere, a usare la tecnologia, a stare con le persone. Da quando sono stato rilasciato la mia missione è stata tornare a far parte della società: non posso dire che non sia successo nulla, perché quella del carcere è stata un'esperienza lunga e difficile ma sto cercando di elaborare e di andare avanti con la mia vita".

 

Una vita un po' diversa da quella di prima: praticamente non c'è stata una settimana senza che si parlasse di te in Italia. Te ne sei reso conto?

"Certo. Sono stato sommerso da un'ondata di amore e di supporto. Anche da parte di persone che non conosco. Ho ricevuto mille o forse 10mila inviti a cena. E nel mio frigo sono appena arrivati tortellini dall'Italia. Tutto questo affetto, mi ha reso felice".

 

In questi mesi non hai mai smesso di far sentire la tua voce riguardo ai diritti umani. Non hai avuto paura? Il tuo caso è ancora aperto...

"Io non credo di essere una persona particolarmente coraggiosa ma quando uno sceglie di lavorare sui diritti umani in Egitto sa a cosa va incontro. Sa che non è un gioco e che può passare dei momenti molto duri. Sono determinato ad andare avanti: voglio lavorare perché le persone del mio Paese e del mondo arabo possano godere di maggiore libertà".

 

Cosa significa questo in termini di futuro? Quali sono i tuoi piani?

"Il più immediato è tornare a Bologna, il prima possibile e rimanere lì per un periodo lungo. Spero di essere con i miei colleghi per l'inizio del prossimo semestre, che è fra pochi giorni. Cosa succederà dopo non lo so: so che continuerò a lavorare sui diritti umani".

 

In Egitto o in Italia o dove?

"Non lascerò l'Egitto per sempre. Il mio lavoro riguarda l'Egitto. Non voglio scappare. Io partirò quando si potrà ma la mia famiglia resterà qui: verrà a trovarmi certo, ma questo è il mio Paese. Non lo abbandono".

 

C'è la possibilità che il giudice ti ordini di tornare in cella: sei pronto?

"Sono pronto per ogni possibilità. Mi sono allenato per mesi. A ogni udienza di quei 22 mesi mi sono presentato sapendo che poteva non essere risolutiva, che rischiavo di rimanere in cella. Non mi sono mai illuso. Certo, ogni volta in cui ho capito che dovevo tornare dentro è stato difficile: ogni momento, ogni ora, non solo ogni giorno e ogni settimana in prigione è dura e lascia una cicatrice profonda".

 

Quando ci siamo incontrati dopo l'uscita dal carcere mi hai detto che in cella leggevi molto e che questo ti ha aiutato. Elena Ferrante dalle colonne di Repubblica ha detto che non poteva neanche immaginare come ti sentissi, ma che era felice che i suoi libri ti avessero aiutato. Ora cosa leggi?

"Leggere le parole di Elena Ferrante è stata un'emozione immensa. Quindi, prima di tutto: grazie per questo. In questi giorni sto leggendo il libro di Alaa Abdel Fatah (il più famoso dissidente egiziano, in carcere dal 2019 dopo aver già scontato diversi anni di prigione per la sua dissidenza pacifica anni): è un maestro per me e per la tutta la mia generazione. Ho chiesto a tutti quelli che mi seguono in Italia di leggere il suo libro per capire che questa non è una storia che riguarda solo me. Gli devo molto".

 

Parliamo di attivismo: una delle principali accuse contro di te è un articolo che hai scritto nel 2019 sulla situazione dei copti. Quando lo scrivevi hai avuto la sensazione di toccare un argomento potenzialmente rischioso?

"Quell'articolo descrive cose riportate su tutti i media vicini allo Stato. Era un'analisi, nulla di compromettente. Volevo sottolineare che c'era qualcosa di negativo che stava accadendo e che occorreva risolverlo. Niente di più".

 

E allora chiudiamo con una cosa di cui certamente puoi parlare. Mondiali di calcio 2022: Italia o Egitto? (ride...)

"Prima di tutto bisogna arrivarci. E poi posso solo sperare che non si arrivi a uno scontro diretto, perché non sarebbe una cosa bella. Tutti e due va bene? Uno dei piani per il 2022 è andarli a vedere dal vivo, i Mondiali di calcio. Sarebbe una cosa bellissima, mi sto già organizzando. Posso aggiungere una cosa?".

 

Certo che puoi...

"Vorrei dire grazie. Lo so che l'ho già detto, ma ci tengo a ripeterlo: grazie all'università di Bologna, alla professoressa Monticelli, alle persone che non mi conoscono e mi hanno appoggiato, grazie ai diplomatici italiani qui al Cairo. E vorrei dire grazie a David Sassoli, per tutto quello che ha fatto per me. Gli sono davvero grato e vorrei che la sua famiglia lo sapesse