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di Giansandro Merli


Il Manifesto, 1 febbraio 2022

 

Nel centro di detenzione libico di Ain Zara, a Tripoli. Mahayadien è un rifugiato sudanese arrestato a Tripoli durante la protesta all'Unhcr. Mahayadien, nome di fantasia per proteggerne la vera identità, è un ragazzo di 24 anni nato in Darfur, nell'ovest del Sudan. Quando nel 2003 è scoppiata la guerra ha cercato riparo con la sua famiglia in Ciad. Aveva cinque anni e da allora è un rifugiato. Risponde al telefono dal centro di detenzione libico di Ain Zara, dove è recluso con centinaia di persone dal 10 gennaio scorso.

 

Com'è la situazione dentro?

La prigione non è grande e siamo in troppi. Nello stanzone dove mi trovo io siamo almeno 300. Viviamo uno sull'altro. Abbiamo difficoltà a dormire, non c'è spazio. Soffriamo per il cibo e l'acqua, che scarseggiano. Ci danno un pezzo di pane verso le 11 di mattina e poi un po' di pasta, sempre e solo pasta, a pranzo e cena.

 

Come sono le guardie del centro?

Colpiscono i rifugiati senza motivo, con dei bastoni, soprattutto di notte. Ci fanno vivere nella paura. Qualche giorno fa ci hanno detto che saremmo potuti uscire. Alcune persone hanno provato a farlo. Ma poi ci hanno chiamato per dire che sono state rinchiuse in un altro centro, di cui non sanno il nome, dove la situazione è ancora peggiore. Sono costretti a lavorare tutto il giorno, ovviamente gratis.

 

Ci sono anche donne e bambini?

Sì, ma in un'altra parte della prigione. Siamo separati.

 

Come fai ad avere il cellulare?

A qualcuno è stato tolto, qualcun altro è riuscito a nasconderlo. Altri ancora si sono rifiutati di consegnarlo, hanno chiesto che gli fosse lasciato almeno quello.

 

Quando sei stato arrestato?

Il 10 gennaio, davanti alla sede dell'Unhcr. Eravamo accampati là da ottobre per rivendicare i nostri diritti e perché dopo il raid di Gargaresh non avevamo più un posto dove andare. Quando sono arrivati i militari a sgomberarci ci hanno dato 10 minuti per prendere le nostre cose. Avevano pistole e bastoni. Un ragazzo è stato sparato [ferito non è morto, ndr], era proprio davanti a me.

 

Vivevi nel quartiere di Gargaresh?

Sì, a Tripoli. Poi il primo ottobre è stato invaso dai militari. Sono stato arrestato e portato al centro di Al Mabani. Lì ho visto cose orribili. Persone uccise. Violenza continua. Dopo circa una settimana siamo riusciti a fuggire e siamo andati davanti all'Unhcr.

 

Quando sei arrivato in Libia?

Nel 2020, dopo tanti anni da profugo in Ciad. All'arrivo avevo trovato un lavoro, so fare i conti. Ma qui la vita è difficile. Anche fuori dalle prigioni, per strada. Gli africani non sono considerati esseri umani.

 

Hai provato ad attraversare il mare?

No, ho troppa paura. È troppo pericoloso. Tante persone sono morte. E poi quando ci provi ti catturano e ti portano indietro, nei centri. Finisci nelle mani dei trafficanti.