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di Antonia Menghini ed Elena Mattevi


webmagazine.unitn.it, 1 febbraio 2022

 

Un convegno sul sistema carcerario, il dettato costituzionale e le iniziative di riforma. L'articolo 27 della nostra Costituzione prevede che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".

Proprio il principio rieducativo è stato il tema centrale del convegno "La rieducazione oggi. Dal dettato costituzionale alla realtà del sistema penale", che si è svolto in modalità mista presso la Facoltà di Giurisprudenza il 21 e 22 gennaio scorsi. In queste due giornate si è cercato di riflettere sulla realtà della pena.

Per molto tempo, alla finalità rieducativa della pena è stato attribuito un ruolo marginale, relegato al momento dell'esecuzione. Pian piano si è imposta una lettura diversa che le ha riconosciuto un'assoluta centralità nel momento punitivo. Come ha stabilito la sentenza 313/1990 della Corte Costituzionale, la rieducazione è infatti una delle qualità essenziali della sanzione penale, che "l'accompagnano da quando nasce, nell'astratta previsione normativa, fino a quando in concreto si estingue". Il verbo 'tendere', presente nel dettato costituzionale, rappresenta solo "la presa d'atto della divaricazione che nella prassi può verificarsi tra quella finalità e l'adesione di fatto del destinatario al processo di rieducazione". Questo implica necessariamente la centralità del consenso del condannato nel percorso rieducativo.

La rieducazione è un'opportunità che l'Amministrazione penitenziaria dovrebbe offrire al condannato operando in sinergia con le istituzioni territoriali: purtroppo è proprio qui che la distanza tra il dettato costituzionale e la realtà del sistema penale si fa smisurata. Se ci riferiamo in particolare al carcere, infatti, è indispensabile prendere atto di una situazione, già compromessa da anni di riforme mancate, che la pandemia ha soltanto reso più drammatica.

È davvero impossibile pensare a percorsi di rieducazione in strutture inadeguate, incapaci di assicurare condizioni minime di vivibilità, perché sovraffollate o fatiscenti o solo perché prive di personale idoneo, come quelle che conosciamo spesso in Italia. Non si possono aiutare i detenuti a progettare qualcosa di utile per il proprio futuro se mancano opportunità di lavoro e di formazione professionale. Per quanto precaria e insufficiente, questa realtà non è fortunatamente immutabile: ci sono state e ci sono delle iniziative di riforma che possono fare ben sperare.

Una Commissione, presieduta dal professor Marco Ruotolo, istituita dalla ministra Cartabia nel settembre 2021 ha lavorato da ottobre a dicembre per predisporre soluzioni concrete per l'innovazione del sistema penitenziario in modo da migliorare la qualità della vita delle persone recluse e di coloro che operano all'interno degli istituti penitenziari. L'intenzione è quella di intervenire sulla normativa primaria e sul regolamento penitenziario del 2000, per incidere su molti aspetti della quotidianità penitenziaria. I temi toccati spaziano dalla salute al lavoro, all'impiego delle tecnologie, vista la necessità di far uscire il mondo del carcere dall'analfabetismo informatico anche solo per permettere l'uso del pc per motivi di studio o per le videochiamate con i propri famigliari.

Decisamente significativo, per esempio, appare il quadro tracciato dalla Commissione Ruotolo in materia di lavoro. Dai dati statistici emerge infatti come negli istituti penitenziari (al 31 dicembre 2020), su un totale di 53.364 detenuti, solo 17.937 sono impiegati in attività lavorative (33,61%), di cui 15.746 alle dipendenze dell'Amministrazione penitenziaria e 2.191 alle dipendenze di datori di lavoro esterni all'Amministrazione. Quanto lavorano, in concreto, questi detenuti? In media l'attività lavorativa pro capite non supera gli 85 giorni lavorativi annui. Pochissimo.

Le soluzioni proposte dalla Commissione Ruotolo non si sono ancora tradotte in realtà normativa; di riforma già in atto si può invece parlare per la legge n. 134 del 2021, la cosiddetta Riforma Cartabia, che contiene alcune norme immediatamente precettive − come quelle sulla prescrizione − e un'ampia delega in materia processuale, oltre a una delega più circoscritta che riguarda il sistema sanzionatorio e la giustizia riparativa, tutte in fase di attuazione.

Questa riforma si propone di rivitalizzare le sanzioni sostitutive, recuperando in fase di cognizione alcune misure alternative che di regola si applicano dopo il passaggio in giudicato della sentenza di condanna. Per la prima volta, verrebbe quindi introdotta nel nostro ordinamento una disciplina organica della giustizia riparativa.

Il disegno di queste riforme è cresciuto sulla consapevolezza che è ormai necessario intervenire per modificare una situazione di fatto non più accettabile. Un rischio concreto quando si toccano questi argomenti è tuttavia quello della retorica, che tende ad annunciare i risultati prima di averli conseguiti: in assenza delle necessarie risorse economiche e personali, anche queste riforme potrebbero essere destinate a fallire.