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di Mario Cascone


insiemeragusa.it, 1 febbraio 2022

 

La Diocesi ha un ufficio per la Pastorale carceraria. Lo ha istituito il vescovo, monsignor Giuseppe La Placa, dandone comunicazione sabato scorso durante l'incontro di preghiera "...l'avete fatto a me" che si è tenuto nella chiesa di Maria Ausiliatrice a Ragusa. A dirigerlo sarà don Carmelo Mollica che da dodici anni è il cappellano della casa circondariale di Ragusa. Sarà affiancato da una equipe composta da Filippo Dicara, Maria Criscione, Salvatore Cabibbo, Carmela Criscione, Concetta Gulino, Maria Concetta Vaccaro e suor Graziella Viscosi.

Con l'istituzione dell'ufficio diocesano, la Chiesa ragusana intende rafforzare la sua presenza al fianco dei detenuti. Il vescovo ha invitato tutti i fedeli a sostenere con la preghiera e nella carità il nuovo ufficio. Don Carmelo Mollica ha accolto la comunicazione "con il cuore pieno di gioia" e con la consapevolezza che "il recluso non è escluso agli occhi di Dio", evidenziando come "la vicinanza e non il giudizio deve essere il dovere di ogni cristiano".

La pastorale carceraria è un servizio ecclesiale che tende a coinvolgere la comunità cristiana in un percorso di attenzione verso la realtà del carcere e delle altre forme (affidamenti presso strutture, arresti domiciliari, messa alla prova, permessi, ecc.) del variegato mondo della detenzione, per sentirla come parte integrante del cammino della Chiesa diocesana. Ma mira anche a far sentire il detenuto inserito pienamente nella famiglia della Chiesa locale.

Il soggetto della pastorale carceraria, come di ogni pastorale, è la comunità cristiana tutta, sotto la guida del suo pastore. Non può quindi essere delegata alla sola persona del cappellano o a qualche gruppo e associazione di volontariato, ma deve nascere dalla comunità e coinvolgere la comunità stessa nelle sue diverse espressioni, dentro e fuori le mura del carcere. La Chiesa è sempre stata molto impegnata nel mondo del carcere e lo è ancora attraverso la presenza dei cappellani, ma anche con qualche gruppo di volontariato, suore e associazioni. Questo impegno, ancora limitato ai soli addetti ai lavori non è però certamente sufficiente a far fronte alle richieste e alle esigenze.

Il carcere non è un'isola, anzi, rappresenta quella realtà di Chiesa che soffre a causa del male, del peccato, e lì dove un membro soffre tutto il corpo soffre. Il cristiano e le nostre comunità sono chiamati a guardare a questa realtà con occhi diversi da chi giudica con il metro della giustizia umana, ma con occhi di misericordia: l'annuncio misericordioso di Cristo non può precludere nessuna categoria di persone. Ciò non significa assolutamente addolcire il male o cercare di giustificarlo, ma andare alle radici, per scoprire dove ha origine, dov'è la fonte della malattia di cui spesso il condannato rappresenta solo il sintomo.

La Chiesa di Ragusa, su indicazione del proprio Vescovo, ha istituito tale servizio per far sentire a quanti vivono forme di detenzione, la presenza della Chiesa locale. Pur avendo una sola struttura detentiva con una piccola comunità sul territorio diocesano (circa 240 persone), il Servizio di Pastorale Carceraria diocesano si offre come vicinanza spirituale ai detenuti reclusi nelle strutture detentive del territorio, con la presenza di un nostro sacerdote come cappellano e di alcuni volontari che vi operano all'interno, oltre ad un gruppo di persone (sacerdoti e laici) che vanno ad occuparsi di aree di sofferenza riguardanti non solo coloro che sono reclusi, ma soprattutto, un sostegno morale (e materiale) alle famiglie e - laddove è consentito - a coloro che sono sottoposti a pene restrittive nelle diverse modalità previste dalla legislazione italiana. È necessario che le famiglie non perdano la propria identità, mantengano i contatti e vincano i pregiudizi sociali. Madri, padri, mogli, mariti, figlie e figli del detenuto pagano a loro volta un prezzo molto alto, quello della perdita di un caro e spesso della stigmatizzazione da parte delle società. Un considerevole numero di famiglie è coinvolto in problemi connessi alla detenzione. Per queste persone le comunità cristiane sono chiamate a svolgere un delicato compito di ascolto e di accoglienza non solo dei bisogni di povertà materiali che sorgono con la carcerazione di un famigliare, ma pure a porre gesti di vicinanza che combattano contro l'esclusione sociale e religiosa dei figli e dei partner.

In questo, il Servizio di Pastorale Carceraria della Diocesi di Ragusa, attraverso anche il supporto di altri organi diocesani (parrocchie e centri ascolto) si propone di offrire strumenti utili quali: una struttura dedicata ai detenuti e alle loro famiglie; sensibilizzazione delle comunità locali e parrocchiali; contatti telefonici e personali fatti dagli operatori pastorali del carcere, dove è legittimamente consentito; la comunicazione alla parrocchia della presenza di una persona in carcere per sostegno alla famiglia, previa autorizzazione del detenuto; raccolta di beni di prima necessità per i detenuti bisognosi; percorsi di catechesi di annuncio e iniziazione cristiana; momenti comunitari di preghiera e di sostegno; centri ascolto solo per questa problematica; contatti con rappresentanti del mondo del lavoro.

Il vescovo che già per ben due volte - il 15 settembre scorso e il giorno dell'Epifania - ha incontrato i detenuti, salutando con piacere l'iniziativa lanciata da alcuni gruppi per testimoniare vicinanza alle persone recluse nella preghiera e con atti di solidarietà concreta, ha evidenziato come la nostra Chiesa intenda "farsi carico della rinascita nello spirito e nella vita" dei fratelli che hanno sbagliato e per questo si trovano a espiare la loro pena. "Per ognuno di loro - ha detto il vescovo - c'è un orizzonte nuovo che può aprirsi, un orizzonte che nasce dalla possibilità di redenzione e passa anche attraverso la nostra solidarietà, il nostro affetto, la nostra preghiera".

Lo scorso 15 settembre, monsignor La Placa aveva voluto incontrare i detenuti e il personale che opera all'interno del penitenziario. Il vescovo aveva benedetto i presenti e, dopo aver visitato una ad una tutte le celle. "Il carcere - aveva detto in quella occasione - non diventi mai un'obitorio della speranza ma piuttosto una "grande sala parto" nella quale, vite segnate dalla sofferenza e dall'esperienza del male, possano rinascere a vita nuova". Quella visita ha segnato non solo monsignor La Placa ma anche i detenuti. "È stata - ricorda oggi don Carmelo Mollica - un vero momento di grazia. I detenuti non avevano mai visto un vescovo entrare nella loro stanza a soffermarsi a parlare con loro. È stata per tutti una grande emozione". Il vescovo, accogliendo un invito del cappellano, ha poi deciso di celebrare con i detenuti l'Epifania rinnovando le parole di speranza e di incoraggiamento che tanto avevano colpito poche settimane prima le persone recluse e il personale.