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di Nicola Boscoletto*


Corriere della Sera, 1 febbraio 2022

 

Questa ricerca può essere considerata "di svolta" per tre motivi. Il primo è l'effetto positivo sui detenuti: per la prima volta qualcuno li ha ascoltati, cercando di capire come stanno e come la loro vita sta cambiando. Proporrei tre parole chiave: accoglienza, ascolto e partecipazione attiva. Lasciamo stare le riforme, o meglio, facciamole e facciamole meglio possibile: ma sappiate che non serviranno a niente se non ci saranno accoglienza, ascolto, partecipazione e coinvolgimento di tutti.

Secondo motivo: come immettere democrazia in un sistema scarsamente democratico, che ha un debole per l'omologazione e per il pensiero unico. La commissione sull'innovazione del sistema penitenziario ci invita a "conoscere la realtà dell'esecuzione penale".

Ma questo significa aver condiviso in tutti i suoi passaggi almeno un percorso di inserimento di una persona detenuta, dentro e fuori del carcere con una costanza quasi giornaliera (fisica e non teorica), per avere poi una conoscenza non astratta delle persone detenute, del contesto in cui vivono, delle paure, delle fatiche, degli ostacoli di cui è piena la strada che devono percorrere.

In più di trent'anni di frequentazione quotidiana abbiamo imparato che nelle carceri non esiste la libertà di pensiero, di libera espressione: non esiste per noi operatori del Terzo settore, immaginiamoci se esiste per le persone detenute. Questo fa crescere giorno dopo giorno una forte sfiducia verso le istituzioni, spesso percepite come il nemico principale della rieducazione. Conoscere sulla carta le norme e cambiarle non basta: sono le persone a cui quelle norme verranno applicate e le persone che dovrebbero applicarle che devono cambiare. Deve cambiare il loro modo di porsi di fronte alla realtà in cui vivono e operano.

Terzo motivo: fare assieme. Molti se ne riempiono la bocca, ma nella pratica non si trova traccia. Il punto fondamentale è la scelta degli ingredienti. Spesso sono gli ingredienti meno nobili, più piccoli, meno costosi, più poveri a fare la differenza, pensate al sale o al lievito o alle uova. Continuare ad ascoltare e far lavorare solo due parti, necessarie ma non sufficienti, e cioè da una parte l'amministrazione penitenziaria / Ministero della Giustizia e dall'altra professori, studiosi, esperti, non è sufficiente.

Questa ostinata resistenza a un approccio globale, che aiuti ad andare veramente alla radice dei problemi, non solo non farà fare passi in avanti, ma farà inesorabilmente retrocedere tutto il sistema, demoralizzando così anche quei pochi che sono rimasti a presidiare il fortino in fiamme. Se non si fosse capito, il terzo ingrediente che finora non è stato considerato con piena titolarità e dignità è il Terzo settore, che assieme al secondo è quello che risulta essere più "distaccato" e perciò in grado di essere più oggettivo.

Ma tutti e tre i settori hanno un assoluto bisogno l'uno dell'altro per tentare un cambiamento epocale. Si devono mettere a confronto competenze, ma anche "sguardi diversi", non basta chiamare gli "esperti", bisogna pensare e lavorare insieme.

Speriamo che, come ho visto fare in questi 30 anni, non si facciano le cose e poi si buttano via, o nel migliore dei casi sì lascino nel cassetto. Tante cose buone, concretamente buone, valide anche scientificamente, sono state letteralmente buttate via, come tanti interventi previsti da norme ben precise non sono quasi mai stati attuati. Non sprechiamo altre occasioni.

 

*Presidente Cooperativa sociale Giotto