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di Antonella Barone


gnewsonline.it, 1 febbraio 2022

 

"Abbiamo voluto realizzare uno studio che valutasse i benefici diretti e misurabili nel breve periodo del lavoro durante la detenzione nella prospettiva di dimostrare i vantaggi concreti di un modello organizzativo applicato a una percentuale di detenuti che potrebbe davvero fare la differenza rispetto al sistema attuale".

Così Tiziano Vecchiato, presidente della Fondazione Emanuele Zancan - promotrice, insieme alle Fondazioni Compagnia di San Paolo, Con Il Sud e Cariparo - Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo dello studio "Valutare l'impatto sociale del lavoro in carcere" - commenta i risultati di un lavoro durato tre anni e recentemente resi pubblici.

La ricerca, che ha ottenuto il patrocinio del ministero della Giustizia, ha valutato gli effetti del lavoro in carcere per i reclusi e l'impatto sociale per le famiglie e l'amministrazione, con riferimento a quattro aree: organico-funzionale, cognitivo-comportamentale, socio ambientale e relazionale, valoriale e spirituale. Oltre 300 gli arruolati tra i detenuti di Torino, Padova e Siracusa, un terzo dei quali occupato presso cooperative, un terzo dipendente dell'Amministrazione Penitenziaria (AP) e un terzo inattivo.

Per comprendere gli importanti aspetti messi in luce dai risultati, va ricordato che negli istituti penitenziari 2.130 detenuti sono assunti da ditte esterne mentre 15.827 lavorano alle dipendenze dell'amministrazione (dati Ufficio statistiche Dap report del 30 giugno 2021).

Tra questi ultimi, solo 1742 sono impegnati nelle cd "lavorazioni" (falegnamerie, officine, sartorie, tipografie, tessitorie) che offrono una formazione professionalizzante mentre la maggior parte svolge, perlopiù con la modalità della turnazione, attività di tipo domestico (pulizie, facchinaggio, piccola manutenzione). Caratteristiche diverse incidenti sui risultati dello studio che, pur attestando, l'impatto positivo del lavoro in generale sulle aree osservate, rileva benefici più netti per i dipendenti di aziende esterne.

Tra i dati più significativi la diminuzione della depressione tra chi lavora (20% per i dipendenti da cooperative e 25% tra chi lavora per l'A.P.) rispetto a chi è inattivo (55%), minore incidenza dell'obesità (7% tra i dipendenti delle cooperative rispetto al 14,4% tra i disoccupati) e aumento dell'autostima A.P. (82,0%) e chi lavora per le cooperative (96,1%).

Diverso anche l'atteggiamento nei confronti della pena per chi è attivo: solo il 30,8% dei detenuti non occupato considera giusta la propria condanna, percentuale che sale al 39,8% tra i lavoranti per l'amministrazione penitenziaria e al 41,2% tra gli assunti dalle cooperative.

Risultati nel complesso utili a spiegare la riduzione dei rischi di violenza nelle carceri e di recidiva. Il Presidente di Fondazione Zancan ha richiamato l'attenzione, tra le ricadute più estese, su quelle relative al sistema economico. Nel 2019 le cooperative coinvolte nei tre istituti hanno impiegato 210 detenuti e altre 106 persone all'esterno, con un fatturato complessivo di circa 7,5 milioni di euro e un gettito d'IVA di 750.000 euro.

"Mantenendo queste proporzioni - aggiunge Tiziano Vecchiato - se il 50% dei detenuti in Italia fosse impiegato presso cooperative (o altri soggetti esterni) vi sarebbero benefici diretti per 25 mila detenuti in più occupati e per ulteriori 13 mila persone non detenute. Si stima un fatturato pari a 900 milioni di euro in più all'anno, con un corrispondente maggiore gettito Iva pari a 90 milioni di euro in più annui.

In prospettiva si potrebbe inoltre realizzare un risparmio di 700 milioni di euro all'anno nella spesa pubblica per il carcere, grazie alla riduzione della recidiva". "La distanza da colmare -conclude - è grande ma non impossibile. Una sfida da raccogliere anche perché la forza dei dati testimonia la doppia redditività, economica e umana, del lavoro così come gestito nel campione analizzato. Un risultato, dunque, che attua nel concreto il dettato costituzionale sulla funzione della pena".