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di Jacopo Storni


Corriere della Sera, 1 febbraio 2022

 

Solo il 34% dei 54mila reclusi nelle carceri italiane è impegnato in un lavoro. I legami tra mancanza di occupazione, alto tasso di recidiva, problemi di salute. Una ricerca mostra la "forbice" tra dipendenti dell'amministrazione e di altri datori. Se il 50% fosse attivo in aziende produrrebbe un fatturato extra di 900 milioni.

Senza lavoro il reinserimento dei detenuti è più difficile e il rischio di recidiva è alto. Eppure soltanto il 34% dei 54mila reclusi italiani è occupato in attività lavorative. Bernardo Petralia, capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria valuta: "È una percentuale maggiore dell'immaginabile, ma certamente più bassa del desiderabile: dobbiamo mirare all'en plein con tutti i reclusi impiegati in una professione".

Grazie all'impegno del Terzo settore, in questi anni in vari Istituti sono fioriti esempi virtuosi: in carcere si formano e operano pasticceri, tornitori, sarti, operatori di cali center, impiegati, falegnami.

Con un doppio vantaggio: il tasso di recidiva scende, la produttività sale. Fondazione Zancan, Acri e Fondazione Con il Sud, con il patrocinio del Ministero della Giustizia, hanno cercato di misurare proprio l'impatto generato da queste pratiche: la ricerca "L'impatto sociale del lavoro in carcere" ha coinvolto 337 detenuti lavoratori negli istituti penitenziari di Padova, (162), Siracusa (63) e Torino (112): l'88 per cento è impiegato nell'amministrazione penitenziaria, la restante parte in cooperative esterne al mondo del carcere.

Dallo studio emerge come il lavoro in carcere non rappresenti soltanto una missione sociale, ma abbia ricadute importanti anche sul piano economico: nel 2019 le cooperative coinvolte nei tre istituti hanno impiegato 210 detenuti, con un fatturato complessivo di circa 7,5 milioni di euro.

Mantenendo queste proporzioni, se il 93 per cento dei detenuti in Italia fosse impiegato presso cooperative ciò garantirebbe: benefici diretti per 25mila detenuti in più occupati; opportunità occupazionali per ulteriori 13mila persone non detenute; un maggior fatturato pari a 900 milioni di euro in più all'anno, con un corrispondente maggiore gettito Iva pari a 90 milioni di euro in più annui. Ne sono prova gli istituti dove la produttività corre forte.

Tra questi c'è il carcere di Padova, dove circa 150 reclusi sono impiegati tra pasticceria, attività di assemblaggio e cali center sanitario; e poi Siracusa, dove una trentina di detenuti producono dolci; e ancora Torino, dove sono circa 100 i carcerati che producono caffè, lavorano in un panificio e in una serigrafia; e poi Milano Bollate, dove quasi zoo persone lavorano in un call center e in attività di manutenzione.

Tra di loro c'è Mario, 54 anni, responsabile del Contact center del carcere di Padova: "La prima notte in carcere mi sembrava di soffocare in un baratro di cemento, oggi grazie all'impiego ho stima di me stesso, ho riacquistato dignità, ho uno stipendio e contribuisco a mantenere la mia famiglia fuori dal carcere".

E poi Gianluca, 48 anni: "In carcere avevo perso quel poco di dignità che avevo, mi sentivo una nullità". Poi la svolta con il lavoro con la cooperativa Extraliberi: "Sono diventato un serigrafo e ho imparato a stampare magliette, con quei soldi aiutavo i miei anziani genitori, è passato appena più di un anno da quando ho finito di scontare la pena e ho ancora un lavoro, lo stesso lavoro". Dalla ricerca emerge con forza questo miglioramento nella qualità della vita che porta ad abbattere il tasso di recidiva.

"Lavorare aiuta mentalmente e fisicamente, tiene la mente impegnata e previene la depressione", confermano i ricercatori. Nello specifico: sono "depressi" e "scoraggiati" venti detenuti su cento tra coloro che lavorano per cooperative, 25 su cento tra chi lavora per l'amministrazione penitenziaria, mentre la percentuale sale al 55 per cento tra i detenuti senza impiego.

Chi lavora, si evidenzia inoltre nel dossier, sperimenta maggiori consapevolezze sulle proprie capacità e fragilità rispetto a chi non lo fa, oltre a sviluppare un rapporto meno conflittuale conia detenzione. Chi non lavora chiede più rispetto (73 per cento) in confronto a chi è impiegato per l'amministrazione (64 per cento) o nelle cooperative (61).

È complessivamente soddisfatto di se stesso il 75 per cento dei reclusi impiegati, ma con una forbice di undici punti percentuali tra i dipendenti dell'amministrazione (70 per cento) e quelli delle cooperative (81). Per l'84 per cento degli intervistati la professione tra le sbarre migliora la vita.

Il messaggio alla politica è chiaro: "Serve una riflessione sulla carenza di lavoro in carcere - dice Tiziano Vecchiato, presidente di Fondazione Zancan perché impedire a un detenuto di lavorare è contro la Costituzione. Rivolgo quindi un appello a tutto il mondo imprenditoriale, produttivo, politico e sociale italiano, dal Terzo settore alla Confindustria".

Misure richieste urgentemente tanto più che, come indicato nell'articolo 20 dell'ordinamento penitenziario, "nei penitenziari deve essere favorita in ogni modo la destinazione dei detenuti al lavoro". Secondo Francesco Profumo, presidente di Acri, l'Associazione che rappresenta le Fondazioni di origine bancaria, "lo scenario carcerario è molto lontano da quanto immaginato dai padri costituenti della Costituzione italiana", mentre per Carlo Borgomeo, presidente Fondazione con il Sud, "siamo di fronte a una clamorosa prassi di diritti negati".