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di Daniele Mastrogiacomo


La Repubblica, 3 febbraio 2022

 

Lourdes Maldonado, José Luis Gamboa Arenas, Margarito Martinez Esquivel e Roberto Toledo erano stati tutti minacciati per le loro denunce contro la corruzione. Alcuni erano stati inseriti nel programma di protezione.

Quattro giornalisti uccisi in Messico in 32 giorni. Uno a settimana: tre uomini e una donna. L'ultimo due giorni fa. Colleghi esperti, noti. E tutti minacciati. Alcuni inseriti nel programma di protezione che il presidente Obrador, superando i difficili rapporti con i media e la continua banalizzazione del pericolo, alla fine ha applicato. Non parliamo di scorte: sarebbe un lusso in un paese dove 700 giornalisti vengono considerati a rischio e 1.300 difensori dei diritti umani sono nel mirino dei sicari. Protezione significa un file aperto nello schedario delle minacce e, nei casi estremi, una pattuglia di agenti che passa sotto casa ogni tanto. È servito a poco. Nel 2021 nove cronisti sono stati falciati dal piombo dei killer. Si sommano ai 138 assassinati dal 1992, secondo il CPJ, il Comitato di difesa dei giornalisti fondato a New York nel 1981. Anche se Articolo 19, l'associazione dei giornalisti messicani, fissa in 145 il numero delle vittime dal 2000.

Lourdes Maldonado, José Luis Gamboa Arenas, Margarito Martinez Esquivel, Roberto Toledo. Sono gli ultimi martiri della libertà di informazione in Messico. Tutti assassinati in questo primo scorcio del 2022. Lourdes Maldonado viveva a Tijuana e da qui copriva la politica.

Da mesi era sottoposta a continue minacce. Telefonate anonime, strani personaggi che le si avvicinavano, che le suggerivano di cambiare mestiere. Era tenace, precisa, attendibile. Svelava truffe e corruzioni delle amministrazioni locali. Sapeva di essere in pericolo. Aveva chiesto un mese fa protezione direttamente a Obrador. Nel corso della consueta conferenza stampa che il presidente tiene ogni mattina alle 7 al posto della domanda lo aveva esortato: "Rischio di essere uccisa. La prego di farmi proteggere". E' stato inutile. L'hanno sorpresa due killer mentre era alla guida della sua auto: tre colpi a bruciapelo, in faccia.

José Luis Gamboa Arenas era il direttore di Inforegio, sito web di Veracruz. Anche lui denunciava la corruzione nelle amministrazioni locali e i rapporti con la criminalità del posto. Anche lui è stato sorpreso per strada e fatto fuori con una facilità sconcertante. Margerito Martinez Esquivel faceva il fotoreporter. Era una leggenda a Tijuana. Conosceva ogni angolo della frontiera che si snoda lungo il confine sud degli Usa. Faceva questo lavoro da 20 anni.

Era il primo ad arrivare sul posto, anche prima della polizia. Era collegato alla radio delle pattuglie e appena arrivava la segnalazione di una sparatoria scattava con la sua macchina fotografica sempre appesa al collo, lo sguardo vigile, pieno di curiosità. Era generoso: se lo chiamava qualche collega arrivato in ritardo gli passava i dettagli del servizio. Era pericoloso: lo hanno ucciso mentre rientrava in redazione, due colpi alle spalle.

Lunedì scorso è toccato a Roberto Toledo, anche lui un veterano del giornalismo. Collaborava con il portale Monitor Michoacán da 22 anni. Conosceva bene il sottobosco politico di quello Stato. "Denunciare le corruzioni di governi corrotti - ha detto con voce rotta dall'emozione in un video il direttore Armando Linares - ha portato alla morte di uno dei nostri colleghi.

Non ci arrendiamo. Non abbiamo pistole o fucili. La nostra unica arma è questa", ha aggiunto mostrando una penna. Il portavoce della Presidenza, Jesús Ramirez, ha condannato l'assassinio e ha assicurato che il governo non lascerà impunito il caso. Ma ha anche aggiunto, questa volta su Twitter, che Toledo non era un giornalista. Un tentativo di sminuire la portata dell'ennesimo omicidio tra chi fa informazione che ha sollevato la durissima protesta della categoria esasperata dallo stillicidio di esecuzioni e dall'inerzia degli inquirenti.

Durante lo scorso fine settimana c'è stata la mobilitazione di tutti i giornalisti messicani in 23 Stati del paese. Si chiede protezione vera e soprattutto giustizia. Il direttore di Monitor Michoacán ha replicato con stizza al tweet del portavoce della Presidenza. "Roberto manteneva un basso profilo, viste le continue minacce". Oltre a convivere con la paura i giornalisti in Messico sono pagati male. Molti si dividono tra tanti lavori ma non per questo i killer li risparmiano.