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di Andrea Pugiotto


Il Riformista, 3 febbraio 2022

 

Il bis di Mattarella è diverso da quello di Napolitano. In quest'ultima elezione il Parlamento ha dettato la soluzione al rebus invece di subirla: un ottimo segnale. Ma il divieto di rieleggibilità va inserito e non c'è momento migliore.

1. Scatola, scatoletta e apriscatole, scatoloni. Si può ricorrere a questa prosaica "escatologia" per valutare - in chiave di politica del diritto - le dinamiche di un'elezione che ha portato al Quirinale un nuovo Presidente, ma non un Presidente nuovo: "la scelta migliore e la peggiore che potesse essere fatta", come ha scritto un costituzionalista di vaglia (Antonio Ruggeri), eccedendo nel paradosso. Vediamo perché.

2. Scatola. Le istituzioni repubblicane sono il contenitore della dialettica politica. Le regole costituzionali servono a questo: organizzare la democrazia affinché la lotta politica non risponda esclusivamente a rapporti di forza e alla logica annientatrice dell'amico/ nemico. Il rispetto delle forme che scandiscono le procedure e le decisioni istituzionali è il sismografo del corretto rapporto tra poteri dello Stato.

Ecco perché è sempre un ottimo segnale quello di un Parlamento in seduta comune che detta la soluzione a un rebus apparentemente insolubile, invece di subirla. Perché questo è accaduto: quelle preferenze in progressione numerica per Sergio Mattarella, espresse dalla terza votazione in poi (125, 166, 366, 387 fino ai 759 voti finali), hanno rivelato una razionalità politica nei grandi elettori smarrita tra i leaders di partito. Tramite loro, è la Costituzione dei poteri che si è ripresa la scena: spetta infatti a deputati, senatori e delegati regionali la scelta istituzionale del Presidente della Repubblica (art. 83 Cost.); non ai partiti, chiamati "a determinare la politica nazionale" (art. 49 Cost.) che è tutt'altra cosa. Titolari del potere formale, hanno saputo esercitarlo per davvero, restituendo centralità al Parlamento. Ancora, è la Costituzione a esigere una figura presidenziale non divisiva. I grandi elettori - diversamente dai dilettanti allo sbaraglio inventatisi king-makers - hanno saputo trovarla, obbedendo a un'istanza realistica condivisa dalla maggioranza che la Costituzione predilige: "i due terzi dell'assemblea" (art. 83, comma 3). Ci sono riusciti costruendo consenso sul nome di Mattarella attraverso il dialogo e la parola che sono gli strumenti del parlamentare, mentre fuori dall'aula si assisteva al gran varietà della boutade, del tweet, del talk, della chiacchiera. Un risultato, peraltro, raggiunto in tempi costituzionalmente congrui: prima della scadenza del Capo dello Stato in carica (art. 85, comma 2), dopo sei giorni e sette votazioni complessive, in linea con le passate presidenziali che - con le sole eccezioni delle elezioni di Cossiga e Ciampi - si sono sempre concluse non prima del quarto scrutinio. L'invito sdegnato e perentorio a "fare presto", oltre che fuori luogo, rivela nel mondo dell'informazione una dannosa omologazione alla logica social, mimata da certe adrenaliniche maratone televisive. La buona politica costituzionale, invece, ha un suo ritmo ragionevole che va preservato, non aggredito a furor di popolo. Si è detto: è stata una "elezione dal basso". È un giudizio sbagliato perché capovolge la giusta prospettiva costituzionale, testimoniando così la disabitudine alla distinzione tra istituzioni e forze politiche che, sola, impedisce la degenerazione partitocratica. E proprio perché - costituzionalmente parlando - la forma è sostanza, il Capo dello Stato uscente ha inteso incontrare i rappresentanti del collegio elettorale andati a informarlo del voto che avrebbero espresso. Ed è "al rispetto delle decisioni del Parlamento" che il Presidente rieletto ha reso omaggio, accettando l'incarico. Quanto a investitura, dunque, il bis di Mattarella non è la replica del bis di Napolitano, che fu invece implorato dai vertici di partiti e Regioni che, poi, telecomandarono un collegio elettorale avvitato su sé stesso, fino a quel momento capace solo di giocare a birilli con i candidati di turno. Ecco allora la prima buona notizia: sottoposta a una così difficile prova di resistenza, la scatola istituzionale ha mostrato una rassicurante tenuta.

3. Scatoletta e apriscatole. Eppure, non più tardi di quattro anni fa, era stata ridimensionata a scatoletta (di tonno) destinata all'apriscatole populista e sovranista. Ci hanno riprovato perché, come lo scorpione della favola di Esopo, certi partiti rispondono alla propria originaria natura. Fallendo, e questa è la seconda buona notizia. Centrodestra e centrosinistra sono "campi larghi" inesistenti, se non in chiave tattica ed elettoralistica. La loro fasulla contrapposizione cela lo scontro autentico tra rinnovato europeismo e sovranismo populista. Tra chi mira a un'Unione europea più integrata e chi alla rinascita di una piccola Heimat alla presidenza della quale porre "un patriota". Tra chi vuole uno spazio europeo tracciato dalle regole dello Stato di diritto e chi, invece, guarda con invidia alle "democrature" europee condannate dalla Corte di giustizia e dalla Corte dei diritti umani. La posta in palio è la stessa democrazia liberale, che può uscirne rigenerata o affondata.

Attraverso l'elezione al Quirinale, si è tentato di ricomporre il quadro politico d'inizio legislatura. Se possibile, in peggio: perché è autoevidente che, in una democrazia liberale, il vertice dell'intelligence non può essere eletto al Quirinale, fosse pure la prima Presidente donna (per quanto "in gamba", come si è maschilisticamente precisato). La saldatura tra Lega, Fratelli d'Italia e M5S non è riuscita. Delle conseI guenti fratture all'interno dei partiti e delle loro artificiali coalizioni c'è solo da rallegrarsi: porteranno a più credibili ricomposizioni. Nel frattempo, l'affidabilità europea del Paese ritrova al Quirinale ed a Palazzo Chigi i suoi presìdi, cui si affiancano - in una fortunata congiunzione astrale - il nuovo Presidente della Corte costituzionale e la Guardasigilli in carica: sarebbero stati entrambi un'ottima alternativa per la Presidenza della Repubblica; saranno entrambi una sicura barriera al giustizialismo penale che del populismo è un'inevitabile appendice.

4. Scatoloni (presidenziali). La rielezione di un Presidente uscente resta, tuttavia, una sgrammaticatura costituzionale: quegli scatoloni già confezionati per il trasloco, che escono e rientrano attraverso le sliding doors del Quirinale, ne sono il segno.

Lo si è già scritto su queste pagine (Il Riformista, 15 gennaio): per quanto da evitare, formalmente la Costituzione non la vieta, precludendo semmai una rielezione condizionata a una scadenza anticipata del mandato presidenziale. Eppure il problema esiste, aggravato dal fatto di riproporsi per la seconda volta consecutiva: l'eccezione che si avvia a diventare consuetudine è un'alterazione dell'equilibro tra i poteri. leoni da tastiera sbraitano in rete la doppia verità di Sergio Mattarella. Né mancano editoriali sulla Pravda italiana che denunciano l'astuta strategia avviata con la nomina di Mario Draghi a Palazzo Chigi, riletta come scacco matto al suo più accreditato concorrente nella corsa al Quirinale. Il moralismo non si smentisce mai: trasforma sempre un problema di regole in stigma a condotte personali.

La verità è un'altra. Sono stati i grandi elettori a decidere. Il Presidente rieletto ha accettato, con spirito autenticamente repubblicano, la scelta parlamentare. Conoscendolo, le insinuazioni sul suo conto sono irricevibili. Ma proprio perché lui stesso ha posto un problema già sollevato da altri Presidenti egualmente contrari alla rielezione (Segni, Leone, Ciampi, Napolitano), quel problema va affrontato e risolto.

Lo strumento è la revisione dell'art. 85 Cost. La soluzione non è il divieto di rielezione immediata (poco giustificato dal già lungo intervallo di sette anni tra il primo e l'altro eventuale mandato) né l'introduzione del limite di due mandati (che incapsula la possibilità di un'immediata rielezione), bensì un divieto tout court: chi è stato eletto al Quirinale "non è rieleggibile".

È quanto prevede il ddl costituzionale n. 2468, a firma dei senatori Parrini, Zanda, Bressa, inclusivo anche della conseguente abrogazione del c.d. semestre bianco. Presentato intempestivamente il 2 dicembre scorso, e per questo fatto oggetto di malevoli interpretazioni, oggi si rivela per ciò che è: una riforma necessaria. Approvandola ora, non sarà a sanzione di nessuno. E se nell'ultima corsa al Quirinale la rielezione ha rappresentato una preziosa exit strategy, in quelle future verrà meno tale riserva mentale, costringendo tutti a una soluzione non emergenziale.

5. Scatoloni (referendari). Resta da dire degli scatoloni di cui nessuno parla: quelli contenenti le firme per i referendum su giustizia, eutanasia legale, cannabis depenalizzata. È l'ultima buona notizia che ci regala l'esito ordinato di queste elezioni presidenziali. Evitato lo scioglimento anticipato delle Camere trascinato da un'irrisolvibile crisi del governo Draghi, il voto abrogativo popolare non slitterà al 2023: saremo regolarmente chiamati alle urne in primavera sui quesiti che la Consulta giudicherà ammissibili il 15 febbraio. Ne riparleremo.

Non ci sarà il pubblico ministero Fabio De Pasquale sullo scranno dell'accusa al processo d'appello che si terrà nel prossimo autunno nei confronti dei dirigenti Eni, assolti in primo grado il 17 marzo 2021. La procuratrice generale di Milano Francesca Nanni ha deciso diversamente, affidando il ruolo dell'accusa a Celestina Gravina, magistrato di esperienza non seconda a quella di De Pasquale e che, almeno quanto lui, conosce la materia. Un doppio schiaffo morale per il pm che vanta nel suo curriculum la soddisfazione di esser stato l'unico ad aver portato alla condanna definitiva di Silvio Berlusconi fino alla sua espulsione dal Senato.

Il primo schiaffo deriva dal fatto che De Pasquale nel processo Eni-Nigeria aveva messo l'anima, la sua parte più pura e anche quella più discutibile, che lo vede oggi indagato a Brescia per rifiuto di atti d'ufficio, e anche oggetto di attenzione da parte della prima commissione del Csm che lo ha ascoltato a lungo nella giornata di lunedi, prima di decidere una sua eventuale incompatibilità con la sua permanenza in procura. Situazione non facile, per un pm che a Milano ha costruito tutta la sua carriera e la sua reputazione di uomo di sinistra inflessibile e senza paura di nessuno. Neanche del "dominus" Di Pietro, ai tempi di Mani Pulite, tanto da mettersi con lui in competizione per la gestione di un certo indagato e non aver timore di prenderlo a urlate nel corridoio. Ma la ferita che oggi brucia di più è dovuta al fatto che De Pasquale teneva così tanto a questo processo da non aver avuto la forza di mettersi da parte dopo la sconfitta processuale subita nel primo grado. Tanto da non limitarsi a fare il ricorso in appello, cosa che in un paese da Stato di diritto non dovrebbe neanche essere consentita al pubblico ministero, se gli imputati sono stati assolti. Se il "ragionevole dubbio" avesse un senso.

Ma il pm De Pasquale ha voluto strafare, chiedendo alla procura generale di essere proprio lui, personalmente, a rappresentare di nuovo l'accusa, anche nel secondo grado. La legge non lo vieta, purtroppo, e la contraddizione con il principio del "ragionevole dubbio", che sta alla base della decisione del giudice, è palese.

Come evitare, soprattutto nei processi di grande impatto mediatico, che l'opinione pubblica non veda da parte degli uffici dell'accusa una sorta di accanimento, se lo stesso pm, cioè la stessa persona in carne e ossa che è uscita sconfitta dal processo di primo grado, dà la sensazione di cercare di "rifarsi" nel secondo?

Una vittima di questo meccanismo è stato per esempio il povero Angelo Burzi, l'ex consigliere e assessore di Forza Italia in Regione Piemonte, morto suicida nello scorso dicembre, il cui testamento politico aveva rappresentato un atto d'accusa sull'amministrazione della giustizia. Burzi era finito, insieme a tanti, nella tenaglia dei processi chiamati "Rimborsopoli".

Era stato assolto in primo grado da un tribunale la cui presidente Silvia Begano Bersey, in seguito deceduta, era stata da lui apprezzata nelle sue lettere d'addio come "magistrato simbolo della terzietà del giudice". Era poi accaduto l'imprevisto, l'imprevedibile. Il procuratore Giancarlo Avenati Bassi, che aveva sostenuto l'accusa nel primo processo, aveva chiesto e ottenuto di sedere sullo stesso scranno una seconda volta, fino a che aveva potuto portare a casa la soddisfazione del vedere condannati gli imputati. E i dubbi ragionevoli? Pareva non averne avuti neppure il procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo, il quale, piccato per la grande evidenza data dai giornali sul suicidio di Burzi e dalla diffusione delle sue lettere, aveva inondato le redazioni con un comunicato di due pagine che parevano una requisitoria. In cui aveva ignorato persino il fatto che una sua ex prestigiosa collega, stimata da tutti e compianta da numerosi messaggi su la Stampa quando era deceduta, aveva scritto parole molto precise e inoppugnabili sulla non colpevolezza degli ex assessori e consiglieri regionali piemontesi. Possiamo dire, in senso lato, che Claudio De Scalzi, Paolo Scaroni e gli altri imputati dell'Eni che, se pur assolti "oltre ogni ragionevole dubbio" il 17 marzo 2021, torneranno di nuovo alla sbarra il prossimo autunno, sono stati più "fortunati" di Angelo Burzi. Perché la procuratrice generale di Milano Francesca Manni ha spezzato il meccanismo della coazione a ripetere che avrebbe potuto portare di nuovo Fabio De Pasquale sulla poltrona dell'accusatore nell'appello Eni-Nigeria. Lui aveva motivato la richiesta con l'esperienza e la conoscenza delle carte.

Forse sottovalutando tutto quel che quel processo, con accuse e contro-accuse tra toghe, ha pesato per Milano e la sua procura. Tanto da aver comportato l'apertura di inchieste giudiziarie da parte della procura della repubblica di Brescia, competente nelle cause che riguardano i magistrati milanesi.

De Pasquale dovrà, insieme all'ex collega Fabio Storaro, dare tante le spiegazioni. Si dovrà accertare se i due pm d'aula del processo Eni hanno tenuto nascoste prove importanti a discarico degli imputati, e se hanno "protetto" le testimonianze di due personaggi discutibili come Pietro Amara e Vincenzo Armanna anche quando erano palesi le loro intenzioni calunniatorie. Che continuano a emergere, anche in questi giorni. Certo non migliorerà il suo umore sapere che quel ruolo di pg nel processo d'appello Eni sarà assunto dalla collega Celestina Gravina. Proprio lei che, nell'aprile dell'anno scorso, a ridosso della sentenza che aveva assolto Scaroni e De Scalzi, aveva svolto il ruolo dell'accusa nell'appello di un filone dello stesso processo, quello nei confronti di Gianluca Di Nardo e Emeka Obi, considerati intermediari della tangente Eni, che erano stati giudicati a parte perché avevano scelto il rito abbreviato. Il primo grado erano stati condannati. Ma nel secondo grado la procuratrice Gravina aveva completamente rovesciato l'ipotesi dell'accusa.

Intanto partendo all'attacco della Procura della repubblica per "l'enorme dispiego e spreco di risorse" che l'ufficio allora retto da Francesco Greco aveva dedicato alla vicenda Eni. E poi per la testimonianza di Vincenzo Armanna, quello che per i pm De Pasquale e Storari era un collaboratore preziosissimo. E che la pg invece considerava "un avvelenatore di pozzi bugiardo", uno "che mescola verità e bugie", "totalmente inaffidabile". Poi, dopo aver spiegato a pm a giudici gli errori commessi anche nella qualificazione dei reati, la stoccata finale. "Sono stati assunti superficialmente dei fatti privi di prova fondati sul chiacchiericcio, sulla maldicenza, su elementi che mai sono stati valorizzati in alcun processo penale". Era stata inseguita "un'impostazione ideologica", era stata la conclusione. Una bella lezione. L'assoluzione dei due imputati era stata richiesta e ottenuta. Queste sono le premesse di quel che sarà il processo d'autunno. Che forse si sarebbe potuto evitare, evitando anche l'ulteriore dispendio di denaro.

Comunque andrà quel dibattimento, aver spezzato quella tentazione da parte del pm che perde il processo ad andare a rifarsi in appello, è stato un bel gesto da parte della procuratrice generale di Milano. Grazie, dottoressa Francesca Nanni. Chissà che non abbia aperto una strada che eviti, un domani, altre tragedie come quella di Angelo Burzi.