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di Iuri Maria Prado


linkiesta.it, 3 febbraio 2022

 

A prescindere dall'esito del processo dell'interessato (che non c'entra), la ministra Carfagna che consegna alla polizia la lettera-sfogo del collega e le teorie cospirazioniste di chi guida l'indagine sollevano interrogativi e dubbi.

Che Giancarlo Pittelli, prima del processo che deve accertarne la responsabilità, sia stato messo e rimanga in galera per effetto di una specie di delazione di una ministra che gira agli sbirri l'implorazione con cui il detenuto la pregava di interessarsi al suo caso, e in forza di cure giudiziarie assicurate da una procura della Repubblica al cui vertice siede un magistrato che scrive prefazioni a libri di autori responsabili della divulgazione di teorie neonaziste, rappresenta una cornice non tecnica, ma per il resto oscenamente significativa, della giustizia che comanda quella detenzione.

La società che affida a un parlamentare, per giunta ministro, di rappresentare la nazione, e ai magistrati il potere di accusare e giudicare i cittadini, ha il diritto di sorvegliare il profilo e i comportamenti di questi funzionari pubblici, e di denunciarne l'inadeguatezza a prescindere dal fatto che essi si siano tenuti nel perimetro della legge.

La notizia, non smentita dall'interessata, secondo cui l'onorevole Mara Carfagna avrebbe consegnato alla forza pubblica la lettera che le aveva spedito Pittelli, e che ha determinato l'ulteriore imprigionamento dell'indagato, non descrive un abuso perseguibile di quella passacarte, ma un suo gesto a dir poco irrispettabile senz'altro sì.

E così il fatto che sia la procura calabrese a perseguitare quel detenuto, di per sé, non destituisce l'indagine di legittimità formale, ma i cittadini che assistono all'esercizio di questo tipo di giustizia hanno il diritto, e forse il dovere, di ricordare che a capitanarla è chi considera "fisiologica" una certa aliquota di innocenti carcere, e che l'indagine in cui è coinvolto Pittelli costituisce il compimento della "rivoluzione" annunciata da quel procuratore a margine del rastrellamento di trecentocinquanta persone, molte delle quali poi liberate per la semplice e tremenda ragione che non esistevano motivi che ne giustificassero l'arresto: una "rivoluzione" - ricordiamolo - che nell'intendimento di quel magistrato avrebbe dovuto smontare e rimontare un pezzo di Paese come un giocattolo.

Che, poi, un magistrato di elevatissimo rango, oltretutto abituato a interferire pesantemente nel dibattito pubblico, faccia comunella editoriale con gente responsabile non solo di un neo-scientismo trash rivolto a inquinare lo stato delle conoscenze sulle cause dell'epidemia (i vaccini "acqua di fogna"), ma responsabile inoltre di pubblici comportamenti che recuperano e ripropongono la più volgare e pericolosa narrativa antisemita (gli ebrei che hanno in mano "tutte le lobby economiche e le lobby farmaceutiche e la grande finanza"), non dice nulla, appunto sul fronte tecnico, a proposito della condizione di chi sia vittima, come Pittelli, di quell'operazione giudiziaria: ma dice tutto sulla temperie civile e sull'assetto di potere che rende possibile una simile enormità, vale a dire che l'amministrazione della giustizia resti affidata a chi dia tal prova di sé, oltretutto in un tripudio di celebrazioni.

Lo ripetiamo a costo di apparire noiosi: qui non si discute delle responsabilità di Pittelli, di cui nulla sappiamo, né, per sé considerati, dei provvedimenti restrittivi che lo riguardano, per quanto essi sentano, e molto, di ingiustificata gravità e durata. Si discute piuttosto del milieu delatorio da cui gemma questa presunta giustizia, e del volto civilmente discutibile che essa assume quando è impersonata da certuni.