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di Luigi Manconi

 

La Repubblica, 5 febbraio 2022

 

C'è una lezione da imparare, ancora senza retorica, se possibile: i ragazzi vanno presi molto sul serio. Mai come ora, il richiamo a loro è presente nei programmi politici e di governo, nel discorso pubblico, nelle strategie di sviluppo, fino al Next Generation Eu.

Il termine sacrosanto affonda le sue radici nel terreno più prezioso: quello delle "cose inviolabili" e dei beni non deperibili, tutelati dalla comune credenza nella loro intangibilità quale fondamento stesso della dignità della persona. E, allora, cosa c'è di più sacrosanto della mobilitazione collettiva degli studenti italiani nel corso di questi giorni? A motivarla, infatti, è stata la morte di Lorenzo Parelli ucciso da una trave di acciaio all'interno dello stabilimento della Burimec, in provincia di Udine. In altre parole, cosa c'è di più giusto di un'azione sociale che esige protezione per l'incolumità di giovani vite?

Quello di Lorenzo Parelli è uno dei quasi 1.500 "omicidi sul lavoro" registrati dal primo gennaio del 2021 fino a oggi, ma alcuni tratti biografici lo rendono particolarmente straziante: Lorenzo, diciott'anni appena compiuti, è morto nell'ultimo giorno di uno di quei corsi di formazione lavorativa previsti dai curriculum scolastici degli istituti tecnici e professionali. La sua fine, di conseguenza, richiama brutalmente la questione del lavoro che, per tanti giovani e giovanissimi, può presentarsi come nuda violenza: estrema precarietà, sfruttamento intensivo, paghe da fame, nocività e, non di rado, letalità. Perché questo va ricordato: una parte degli studenti che scendono in piazza sono studenti-lavoratori e lavoratori-studenti, occupati in una ampia gamma di "lavoretti": attività occasionali, poco stressanti e poco faticose, come sempre accaduto, ma anche mansioni irregolari, notturne, rischiose, nella logistica e nei servizi così come in settori dell'agricoltura e dell'industria.

Questo ha fatto sì che Lorenzo sia diventato l'icona e il catalizzatore, il simbolo civile e, se posso dire, l'immagine sacra, perché segnata dal lutto, di un disagio sociale e di un percorso di conoscenza. Che può essere assai faticoso: anche le rivendicazioni, francamente non condivisibili, come il rifiuto della prova scritta per l'esame di maturità, nascono da una condizione di smarrimento di questa "generazione Covid". Sia chiaro, nessuna retorica, tanto più stucchevole se manovrata da un anziano: qui si parla, piuttosto, di processi materiali e di esperienze concrete che modificano - certo, non sappiamo per quanti e per quanto - gli orientamenti di una parte delle giovani generazioni. Si tratta di minoranze, come è sempre stato (anche nei movimenti studenteschi della fine degli anni '60), ma capaci di incidere sul complesso della società. Molto difficile, che questo accada oggi, eppure questa insorgenza giovanile è destinata comunque a lasciare tracce. Non solo: tutte le generazioni (o meglio: le parti più attive di esse) hanno conosciuto eventi che hanno decretato, per loro, "la perdita dell'innocenza". Ovvero, la coscienza del senso tragico dell'esistenza, attraverso il manifestarsi dell'irreparabilità del Male. Per i giovani nati tra la fine degli anni '40 e i primi anni '50, quell'evento fu la Violenza Assoluta della strage del 12 dicembre del 1969, a Milano, con i suoi morti e i suoi feriti e uno strascico ininterrotto di sofferenza e lacerazione, di menzogna e impunità. In qualche modo e in misura provvidenzialmente più ridotta, "la perdita dell'innocenza" per gli studenti che scendono in piazza in queste ore è rappresentata da quel giovanissimo uomo di 18 anni, morto come morivano i vecchi operai della metalmeccanica e della siderurgia e come continuano a morire quelli che li hanno parzialmente sostituiti: i lavoratori stranieri. E c'è stato, poi, lo scoprire che lo Stato può essere "nemico": che i suoi uomini possono fare male, avere comportamenti illegali e violenti, colpire senza ragione (è ovvio, non sempre, ma in questo caso la documentazione è inequivocabile).

C'è una lezione da imparare, ancora senza retorica, se possibile: questi ragazzi vanno presi molto sul serio. Mai come ora, il richiamo ai giovani è presente - tanto ossessivamente quanto spesso vacuamente - nei programmi politici e di governo, nel discorso pubblico, nelle strategie di sviluppo, fino a quel Next Generation Eu che costituisce, col suo riferimento alle fasce d'età giovanili, il più grande investimento economico ed ecologico dell'intera Europa. Se tutto questo è vero e se vale - se non altro come impegno, come prospettiva e come finalità - si deve non solo tollerare, ma accogliere e incoraggiare, il protagonismo sociale e politico dei giovani e dei giovanissimi. La loro centralità in tutti i progetti di crescita deve prevedere la loro mobilitazione come soggetto autonomo capace di iniziativa propria e indipendente, suscettibile di commettere errori e di imparare da essi. Certo, si è parlato di "infiltrati" all'interno di queste manifestazioni, ma mi sento di dire che, a memoria d'uomo, non si è dato un movimento sociale che non avesse dentro o ai suoi margini, elementi interessati a far precipitare la situazione. Ci saranno anche nelle attuali manifestazioni, ma non sono "i provocatori" a tracciarne la fisionomia e determinarne l'esito. Questa è, piuttosto, un'occasione importante anche per le forze di polizia. È possibile che gli apparati statuali, in 75 anni di repubblica, non abbiano imparato a considerare un corteo - senza armi - come una manifestazione di vitalità democratica e non come una minaccia da schiacciare? E non abbiano appreso come "governare pacificamente" la protesta, canalizzarla senza reprimerla, accompagnare le mosse senza imprigionare le mani, calmare i furori senza spaccare le teste? L'ordine pubblico, in un regime democratico, è un esercizio di saggezza non una prova di forza.