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di Linda Laura Sabbadini*


La Repubblica, 5 febbraio 2022

 

L'aggravarsi delle diseguaglianze minaccia la coesione sociale del Paese, porta più criminalità e diminuzione della sicurezza, con conseguente aumento dei costi. La garanzia di un alto livello di coesione sociale crea maggiore fiducia dei cittadini nella democrazia e nelle sue istituzioni.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel suo bellissimo discorso al Parlamento ha lanciato un grande monito. "Le diseguaglianze non sono il prezzo da pagare alla crescita. Sono piuttosto il freno per ogni prospettiva reale di crescita". È proprio così. È ora che la politica lo assuma come un suo centro di gravità permanente. Tanto più che le diseguaglianze minacciano oltre che la crescita anche la nostra democrazia.

Siamo la settima economia mondiale ma combattiamo con le mani legate dietro alla schiena. Cosa sarebbe l'Italia se il Nord, una delle aree più ricche d'Europa, fosse affiancato da un Meridione in grande sviluppo? Cosa sarebbero le risorse umane italiane se liberassimo la forza, l'innovazione, la creatività delle donne che oggi sono tagliate fuori, dal mercato del lavoro specie al Sud, ma non solo? Quale sarebbe la crescita se riuscissimo a dare condizioni salariali adeguate e lavoro di qualità ai giovani? Avremmo più famiglie con più redditi, più consumi e la domanda interna sarebbe più forte.

Al contrario, l'aggravarsi delle diseguaglianze minaccia la coesione sociale del Paese, porta più criminalità e diminuzione della sicurezza, con conseguente aumento dei costi. La garanzia di un alto livello di coesione sociale crea maggiore fiducia dei cittadini nella democrazia e nelle sue istituzioni.

La situazione dal punto di vista delle diseguaglianze è critica e non lo è da oggi. La povertà assoluta è balzata nel 2012, raddoppiando, in seguito al crollo dell'occupazione avvenuto nel 2009. Da allora non è mai stata recuperata ed è peggiorata nel 2020. È più alta al Sud, tra i minori e i giovani, tra gli immigrati. Più permarremo in questo stato, più diventerà povertà strutturale. Più sarà difficile sradicarla.

Il tasso di occupazione femminile è al 50,5% nel mese di dicembre 2021. Dagli ultimi dati disponibili a livello europeo risultiamo penultimi in Europa, ultimi per le donne di 25-34 anni. I salari femminili sono più bassi e il lavoro precario e il part time involontario più alto. E ciò denuncia un sottoutilizzo e svalorizzazione del capitale umano femminile, specie in presenza di figli. Il Fondo Monetario internazionale ha già evidenziato che questo aspetto incide sulla produttività, perché fa sì che la selezione dei talenti avvenga escludendo la metà del mondo, quella femminile. La Banca d'Italia aveva stimato una crescita del Pil di 7 punti se il tasso di occupazione femminile fosse arrivato al 60%.

I giovani di 25-34 anni devono ancora recuperare quasi 7 punti di tasso di occupazione rispetto a dicembre 2007 e molti di più per arrivare allo stesso numero di occupati di allora. Troppo tempo ci mettiamo per recuperare i baratri delle diseguaglianze. Sono passati 14 anni. Sono i giovani i più coinvolti in lavori precari e a ricevere più bassi salari. Il loro peso tra gli occupati diminuisce e così il loro potere contrattuale. Sono meno di un quarto del totale e ciò va a detrimento dell'innovazione, della flessibilità, degli skill necessari alle nuove sfide per la crescita.

La popolazione straniera si trova in una situazione particolarmente critica. Il calo dell'occupazione l'ha particolarmente colpita e nel 2020 la povertà assoluta ha raggiunto circa un terzo delle famiglie con stranieri. Vogliamo trovarci anche da noi delle banlieue come quelle francesi?

Le diseguaglianze territoriali continuano ad essere elevate. Il Mezzogiorno è lontano dal Nord su tutti i fronti. Economico, del lavoro, della formazione, dell'uso di internet, della situazione di donne, giovani, bambini, anziani, disabili, della disponibilità di infrastrutture economiche e non parliamo di quelle sociali.

Abbiamo l'opportunità del Pnrr e non solo di questo. Sfruttiamola veramente per ridurre le diseguaglianze, investiamo di più su questo. Non si tratta di carità ma di azioni necessarie anche per la crescita economica che ci collocheranno fra le democrazie evolute, capaci di garantire ai loro cittadini condizioni di vita degne. Abbiamo bisogno che per qualsiasi intervento e azione si tenga conto della sua potenza redistributiva. Con meno diseguaglianze la nostra crescita avanzerà e la nostra democrazia si rafforzerà.

 

*Direttora centrale Istat