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di Giovanni Verde


Corriere del Mezzogiorno, 5 febbraio 2022

 

Nel suo discorso di reinsediamento il Presidente Mattarella ha toccato i pilastri di una moderna democrazia, ribadendo la necessità di rispettare il disegno costituzionale, che affida al Parlamento un ruolo centrale e al Governo la necessaria attività propulsiva, particolarmente difficile in tempi assai complessi in cui si richiede un'azione rapida e tempestiva. À côté ha parlato della giustizia, ma più ancora della magistratura, dedicandole un'attenzione particolare e spingendosi a suggerire come necessaria una riforma dell'organo di autogoverno. La preoccupazione del Presidente corrisponde a un sentimento generale. C'è qualcosa che nel nostro sistema di giustizia non funziona.

Il Presidente sembra ritenere che sia essenziale e necessaria una riforma del Csm. I politici, quasi tutti, esprimono consenso. Ho il timore che si individui la medicina senza conoscere la malattia. Il Csm, per Costituzione, si occupa della carriera dei magistrati e ne tutela l'indipendenza e l'autonomia.

I suoi compiti si sono andati estendendo progressivamente così che esso è diventato organo di governo della giustizia in un sistema difficilmente governabile in quanto fondato sul principio per il quale, distinguendosi i magistrati fra loro soltanto per diversità di funzioni (art. 107, comma 3° Cost.), in sostanza un magistrato vale l'altro e non è possibile pensare a una qualsiasi forma burocratica di carriera.

È un sistema che paga prezzi. Se, tuttavia, pensiamo a come si amministra giustizia in Paesi in cui la magistratura è braccio secolare del potere (e nel mondo di magistrature siffatte ce ne sono a iosa), è bene tenercelo caro e ringraziare i Costituenti per avercelo dato. Il problema non è quello di non pagare l'inevitabile dazio, ma quello di evitare che il prezzo sia troppo alto. A tal fine la soluzione non sta in "chi" deve andare a comporre il Csm, ma in "che cosa" deve fare quest'organo. E per stabilire che cosa deve fare il Csm (o un altro organo di autogoverno) occorre in primo luogo stabilire che cosa vogliamo dal sistema di giustizia.

Partiamo dall'area più sensibile: quella penale. Chiediamo alla magistratura la repressione del crimine o la sicurezza sociale? Se affidiamo, come è nella sostanza avvenuto in questi anni, ai magistrati il compito di assicurare la sicurezza sociale (e lo facciamo "anche" con leggi che disegnano figure di reato che sanzionano la "posizione" o l'"appartenenza" o le "intenzioni" o che prediligono i poteri interdittivi basati sul sospetto), non possiamo lamentarci se i pubblici ministeri più che fare indagini su fatti specifici spesso fanno inchieste su fenomeni. Se chiediamo ai giudici di realizzare la giustizia e non di applicare le leggi, non possiamo lamentarci se la Corte costituzionale in luogo di dichiarare "tout court" una legge incostituzionale, dia al Parlamento il tempo per farne una costituzionalmente legittima; o se il giudice amministrativo, in luogo di dichiarare invalidi provvedimenti (penso alle concessioni), ritenga di potere dare al Parlamento il tempo per correggere il sistema; o se il nostro giudice supremo ritenga di potere creare diritto quando l'applicazione della legge non è conforme al (suo) sentimento di giustizia.

Sono queste distorsioni del sistema, verosimilmente non immaginate dai Costituenti, alle quali non può provvedere il Csm (o altro organo di autogoverno), a cui nulla possiamo chiedere, e che riguardano tutti noi.

Possiamo, allo stato, pensare a correttivi migliorativi e non risolutivi. Sarebbe, ad esempio, necessario differenziare lo "status" del pubblico ministero. Non è un problema di separazione delle carriere. È che se il giudice deve essere indipendente e autonomo anche rispetto ai suoi colleghi, la stessa esigenza non vale per il pubblico ministero, che non giudica (attività doverosa e vincolata), ma indaga (attività ampiamente discrezionale). Per i pubblici ministeri è, infatti, inevitabile un minimo di organizzazione gerarchica. Inoltre, se la sostanziale irresponsabilità personale può essere difesa per chi giudica, essa deve essere adeguatamente regolata per chi esercita il potere di indagine e di azione nel processo penale in un sistema che di fatto gli assegna compiti di difesa sociale. Una seconda riforma possibile dovrebbe avere ad oggetto la possibilità di controllo dell'efficienza dei servizi, resa difficoltosa dal tributo che si paga alla trasparenza.

Oggi i capi degli uffici giudiziari sono imbrigliati da un reticolo di norme che, escludendo qualsiasi loro discrezionalità, li rendono irresponsabili qualora i loro uffici abbiano "standard" di rendimento assai modesti (se si guarda la mappa delle efficienze degli uffici giudiziari della Penisola ci si avvede che esse sono distribuite a macchia di leopardo).

Inoltre, se una magistratura senza carriera ci ha dato il beneficio di una giustizia sensibile e non appiattita sui "dicta" della Corte di cassazione, è innegabile che si paghi il prezzo di uno scadimento nel modo di essere del magistrato che, senza prospettive di carriera, tende inevitabilmente a configurare la sua attività non più come esercizio di una delicatissima funzione, ma come svolgimento di un'attività lavorativa non diversa dalle altre. Che fare? Se non si riescono a modellare forme di controllo adeguate (quelle attuali sono risibili), bisognerebbe immaginare qualche forma di incentivazione. Un terzo passo dovrebbe riguardare l'organizzazione della Corte di cassazione, che, ove abbia potestà creative, non può essere composta esclusivamente da magistrati di carriera.

Taccio, poi, della necessità di adeguare gli uffici in relazione alle esigenze territoriali di oggi (e non del passato) e della possibilità di farlo tenendo conto delle opportunità che la tecnologia ci offre, in quanto ciò non è di competenza del Csm.

I magistrati considerano i problemi della giustizia dal loro mondo, piccolo e chiuso. Hanno, però, il potere di farci credere (e perfino il Presidente Mattarella sembra crederlo) che quel mondo sia il nostro. Non è così. Di sicuro non è bello apprendere che i magistrati non sappiano fare nomine con correttezza, anche se chi è addetto ai lavori sa come sia difficile, in un sistema in cui per definizione un magistrato vale l'altro, stabilire quale sia la scelta corretta. La scelta di un capo di ufficio giudiziario o di un presidente di sezione o l'attribuzione di un posto al singolo magistrato non interessa il cittadino e non riguarda la "sua" giustizia. Altro è il discorso per le Procure. Ma questo, come ho detto, è un problema che non sarà risolto cambiando (per l'ennesima volta) la legge elettorale del Csm.