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di Francesca Mannocchi


La Stampa, 6 febbraio 2022

 

Con il ritorno dei taleban le ragazze vivono rinchiuse in casa e non possono più studiare, ma anche l'ingerenza occidentale è un problema: per molte il velo è segno di rispettabilità.

Nel 2013 Sameera Noori era al Cairo per partecipare a una conferenza con giovani di tutto il mondo. Rappresentava il suo Paese, l'Afghanistan. Un giorno, fuori dalla finestra del suo hotel sfilò un corteo di giovani e lavoratori e la protesta venne repressa violentemente dalle forze di sicurezza. Sameera stava chiudendo le bozze del discorso che avrebbe tenuto in compagnia di un gruppo di giovani egiziani, istintivamente disse loro: "Non fate come l'Afghanistan, state attenti ai pericoli quando li vedete arrivare da lontano".

Quelle parole arrivavano da lontano, gliele diceva sua madre ricordando gli anni della guerra civile che avevano creato le condizioni per l'ascesa dei taleban nella metà degli Anni 90. I signori della guerra che portavano gli uomini in battaglia, le donne rimaste sole, custodite dai famigliari più anziani e tradizionalisti o impoverite al punto da essere costrette all'accattonaggio, il Paese travolto dalle lotte tra chi, unito fino a pochi anni prima per combattere il nemico sovietico, si era trovato in breve tempo dai lati opposti delle barricate. Anni di guerra che avevano reso il Paese il terreno più fertile per gli estremismi. Fu in quel clima che i taleban espansero il loro consenso per la prima volta, proponendosi come i soli capaci di combattere la corruzione e ripristinare la stabilità. Presero il potere, le donne furono condannate alla vita vista dalle grate del burqa, chi riuscì a scappare, come la madre di Sameera, affrontò la vita da esule.

"Non fate come l'Afghanistan - diceva Sameera, ricordando le parole della madre, ai suoi amici egiziani - riconoscete la minaccia prima che si trasformi in oppressione". Nel 2013 Sameera aveva 21 anni, i suoi colleghi le dissero "parli come un'anziana". Quando lo racconta sorride. Dell'anzianità, allora, aveva la saggezza delle origini, quando le origini sono un Paese in guerra da decenni. Oggi che di anni ne ha 30 scosta un pezzo del velo che le copre il volto, mostra i capelli ingrigiti e dice "sono invecchiata negli ultimi sei mesi".

Sameera Noori è la vicedirettrice e capo del dipartimento educativo di Coar (Citizens Organization for Advocacy and Resilience) un'organizzazione afghana che promuove progetti scolastici nelle aree rurali e progetti lavorativi femminili in villaggi e città dal 1989. Ha cominciato a lavorare per l'organizzazione nel 2012, di ritorno dal Pakistan, dove si era rifugiata la sua famiglia. Della sua infanzia non ha ricordi gioiosi. Porta nella memoria i campi profughi, una lingua distante, e la gente ostile.

Per evitare lo stesso destino ad altri, una volta tornata in Afghanistan, Sameera ha cominciato a lavorare per le ong, a scrivere progetti per bambini che non avevano accesso al circuito scolastico, e offrire programmi di apprendimento accelerato a bambine e giovani donne. Era lei a rappresentare Coar nei consessi internazionali, sempre lei a gestire milioni di dollari, parte dei fondi destinati ai progetti educativi. Oggi il suo ufficio è vuoto, i progetti bloccati. Delle 25 persone che lavoravano con lei 10 sono riuscite a lasciare il Paese e le altre si nascondono. L'ultima volta che è stata in ufficio ha portato via gli hard disk e le liste dei beneficiari per paura che subissero ritorsioni.

Oggi non è più una rifugiata della diaspora, come durante l'infanzia, ma una fuggiasca in casa sua. Il luogo dove chiede di essere incontrata è freddo, scarno e senza elettricità. Sameera ha il capo velato, gli occhi truccati, il sorriso sbilenco che racconta una speranza vacillante. La città fuori dai vetri è silenziosa e si è ingrigita come i suoi capelli. Lei preferisce raccontare la vita attiva che aveva prima, non raccontare quella sospesa che ha ora. Per spiegare gli errori dell'Occidente nell'osservare il suo Paese parte da lontano.

Anni fa, Coar ottenne fondi cospicui dalla Banca Mondiale per sviluppare progetti per aiutare le donne nelle aree rurali ad avviare attività. Bisognava far conoscere il progetto alle comunità, selezionare le donne, finanziarle in contanti e avviare i negozi, le scuole, i laboratori. Questo avrebbe garantito loro un'istruzione e rafforzato le finanze delle famiglie.

Sameera consultò la timeline del progetto: secondo i parametri internazionali in due anni le donne avrebbero dovuto maturare una forma minima di istruzione, e essere pronte a prendersi sulle spalle attività in autonomia dal nucleo familiare. D'altronde, le dissero i suoi interlocutori in Europa e negli Usa, aveva già funzionato in India e in Bangladesh, perché non avrebbe potuto funzionare in Afghanistan? "Perché non conoscevano il Paese", dice laconica.

Una volta ricevuti i fondi dalla Banca Mondiale, Sameera trascorse un anno a negoziare con le comunità: solo se gli anziani avessero acconsentito, le donne avrebbero potuto partecipare alla formazione scolastica e professionale. Poi bisognava trovare le insegnanti, e in tantissime aree del Paese ben prima di mancare le alunne, mancavano le maestre perché per le famiglie, lì, avere una donna che lavora è una vergogna. E anche quando si trattava con gli anziani e si trovavano le insegnanti, soprattutto nelle zone già controllate dai taleban, bisognava assumere le donne e anche un familiare maschio che la accompagnasse, per controllarla.

"Oggi è tutto fermo, ma prima per noi era così. Non ci sono passi facili in questo Paese. Portare una scuola per 13 bambine in una zona remota, per noi poteva significare anche trattare un anno, un anno e mezzo con gli anziani della comunità".

Una manciata di colleghi (maschi) di Sameera prova ancora a lavorare, ogni giorno bussano ai ministeri per avere accesso ai fondi, continuare a finanziare centri di insegnamento. Lo fanno, spiega la ragazza, perché anche nei taleban ci sono gruppi con anime e regole diverse.

Una cosa, però, li accomuna: "I taleban sostengono che permettere alle donne di studiare, specializzarsi, ottenere dei master o lavorare sia una richiesta della comunità internazionale, cioè di chi, secondo loro, ha invaso il Paese per vent'anni corrompendone usi e costumi. Usano i progressi delle donne come arma, fanno leva sulla parte più tradizionalista della società e così raccolgono consenso".

Combattere il nemico assecondando tradizioni conservatrici, usare le donne come strumento retorico per raccogliere consenso. Non una storia nuova. Non solo per i taleban. Nella primavera del 2009 l'allora presidente afghano, Hamid Karzai, sostenne e firmò una legge che rendeva illegale per le donne della minoranza sciita rifiutare le richieste sessuali dei mariti, norma che presupponeva anche (sulla base di una versione dello Shia Personal Status Law) ottenere dai mariti il permesso di uscire di casa. Trecento donne scesero in piazza chiedendo di abrogare la legge che di fatto consentiva uno stupro e furono prese di mira da un gruppo di uomini che, etichettandole come "prostitute e schiave dell'Occidente" le molestarono pubblicamente.

La guerra era in atto da sette anni e Hamid Karzai era il primo presidente eletto in Afghanistan dopo la caduta dei taleban, sostenuto dall'amministrazione Bush era il volto presentabile della nuova amministrazione, quella che avrebbe dovuto garantire diritti ed equità per tutti.

Le donne in parlamento protestarono, così come le organizzazioni internazionali. Eppure, nonostante gli appelli degli attivisti in difesa dei diritti delle donne, Karzai firmò, nel tentativo, evidentemente, di ottenere sostegno politico dalle frange più tradizionaliste del Paese. Il direttore di Human Rights Watch, Brad Adams, disse, interpretando il processo in atto, "qualsiasi accordo con i taleban e altri gruppi fondamentalisti non dovrebbe essere fatto a scapito delle donne, i piccoli traguardi ottenuti in questi anni non devono essere oggetto di negoziazione".

Sono passati 13 anni da allora, i taleban sono tornati al potere e ancora una volta la condizione femminile è il barometro per misurare la società afghana e il terreno per il braccio di ferro diplomatico tra l'Occidente e i taleban. Per vent'anni i diritti delle donne sono stati uno dei baluardi per giustificare la presenza delle truppe in Afghanistan.

"Prima, al tempo dei governi di Kharzai e Ghani, vivevamo di illusioni, sia noi sia i governi occidentali - dice Sameera - le donne erano relegate a ruoli minori e quelle che avevano responsabilità non avevano il rispetto di larga parte della società. Voi combattevate per una libertà che qui non funziona, ma non avete mai voluto accettarlo. Perché la libertà non ha lo stesso significato ovunque. La mia non è la vostra".

Oggi a difendere le libertà urbane, l'accesso all'istruzione e al mondo del lavoro, sono rimaste poche coraggiose donne, sempre più esposte a ritorsioni e minacce. Lo scorso 19 gennaio Tamara Paryani e Parwana Ibrahimkhel - attive nelle proteste di questi mesi - sono scomparse, portate via di notte dalla loro abitazione da un gruppo di uomini. I leader taleban hanno dapprima negato di averle arrestate, poi, proprio durante i recenti colloqui di Oslo tra le autorità talebane e i governi occidentali, il portavoce del gruppo Zabihullah Mujahid ha ribadito che i taleban "hanno il diritto di arrestare e detenere i dissidenti", gettando una luce cupa sul destino delle giovani.

Anche per manifestare contro le detenzioni arbitrarie di questi mesi, così come nel 2009 manifestarono contro la legge che ammetteva gli stupri domestici, le donne sono di nuovo scese in piazza, additate, oggi come allora, come "prostitute e spie degli invasori occidentali".

Il dibattito sui diritti delle donne è stato, e rimane, influenzato dalle percezioni polarizzate sulle donne, da quelle talebane, naturalmente, ma anche da quelle di un occidente che non ha saputo in vent'anni leggere le sfumature delle molte anime afghane, e che non ha saputo collocare il tema dell'emancipazione femminile in un contesto storico animato da tensioni complesse, irrisolte, irriducibili. Per gli occidentali, le norme imposte dai taleban e i costumi delle aree più tradizionaliste dell'Afghanistan rappresentano un mondo arretrato, medievale. Specularmente, per molti afghani, nulla rappresenta i pericoli dell'occidentalizzazione più del movimento per i diritti delle donne.

Sameera lo sa, perché quegli afghani li conosce e non li teme. Per anni ha dialogato con loro cercando di convincerli che permettere alle ragazze di studiare non fosse sinonimo di vergogna, e non fosse indecoroso. A volte è riuscita, a volte no. Ma ha sempre portato rispetto per un mondo così distante da lei e che però rappresenta un pezzo, vasto, del Paese che ama.

Per questo oggi, che le è negato di lavorare, che ha il terrore di uscire di casa, che non chiede un visto per paura di essere arrestata, quando osserva le immagini delle manifestazioni in cui le attiviste bruciano i burqa in strada, Sameera scuote la testa e dice: "Questa, per esempio, non è libertà. Voglio, come loro, che i miei diritti non siano violati. Voglio che le ragazze studino e le donne tornino alla vita pubblica. Ma so che esiste un Paese remoto in cui nel burqa risiede un'idea di rispettabilità. Questa cultura è distante, ma respingo l'idea che bruciare i burqa in piazza sia un modo di combattere".

Da quando i taleban sono tornati al potere Sameera fa fatica a parlare, dice di aver cominciato a perdere le parole. Vede sempre meno persone, anche tra i suoi familiari. Quasi nessuno, tra i suoi conoscenti, sa che è ancora nel Paese. "C'è un punto - dice - in cui cominci a dubitare di tutto". La cosa che la rattrista di più è la lista delle persone che vanno via, che ogni giorno si allunga. I centomila di agosto e quelli che, pagando, oggi riescono a ottenere un visto e se ne vanno. Rifugiati com'era lei da bambina, da qualche parte, in attesa un giorno di tornare.