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di Maurizio Maggiani


La Stampa, 6 febbraio 2022

 

Una generazione di ragazzi che ha avuto tutto il superfluo e adesso si riscopre alla ricerca di un avvenire. Il mio primo sciopero di studente è stato per il riscaldamento, al tempo si facevano i doppi turni e il pomeriggio non si accendevano i termosifoni.

I termosifoni rimasero spenti, ma ci ricavai tre giorni di sospensione e una frustrazione e una rabbia che mi porteranno da lì a un mese a organizzare uno sciopero generale degli studenti e da lì a un paio di settimane all'occupazione di tutte le scuole superiori della città; e questa volta non si trattava più di riscaldamento, ma di rivolta contro la scuola classista e repressiva, "la scuola dei padroni", in sostegno alle lotte dei lavoratori in sciopero per il loro contratto e contro la guerra in Vietnam e l'imperialismo yankee in generale.

A quel punto le sospensioni erano acqua passata e davanti alla scuola non trovammo il preside in ieratica posa punitiva, ma i carabinieri del battaglione celere Padova, già circonfusi dall'aura di leggendari manganellatori. Presi la mia parte di manganellate e mi fecero male, eccome che mi fecero male, ma mi fecero anche bene; non c'è come l'esperienza del martirio che consolidi la fede nelle proprie ragioni, e scomodare il battaglione Padova per contrastarle che altro poteva significare se non che fossero esse stesse contundenti?

E fu "il sessantotto" e tutto quello che ne venne. Quando feci il mio primo e infruttuoso sciopero, avevo una qualche coscienza di quello che sarebbe successo e di quello che io sarei diventato di lì a un attimo? Nessuna; il primo giorno di scuola discutevo con i miei compagni della nuova moto Guzzi e il primo giorno di occupazione, con la stessa spigliata veemenza, di rivoluzione, e lì mi ci aveva portato l'ineluttabilità delle cose.

Era la mia una gioventù baciata dalla fortuna, figlia di una giovane Repubblica eretta nello spirito di liberazione e ricostruzione, figlia dei suoi fondatori che le avevano dato in dote il loro sogno, ciò che fino ad allora era stato negato alle generazioni che l'hanno preceduta, risparmiata dalla guerra, risparmiata dalla fame e dalla malattia, risparmiata dall'ignoranza; una generazione la mia con una inaudita carica di energia disponibile per pensare di poter ribaltare il mondo intero, intanto che tutto era predisposto perché potessimo pretenderlo.

Ora che questa nuova gioventù si sta prendendo del tutto inaspettatamente la sua parte di manganellate, mi chiedo se stia per caso accadendo qualcosa di altrettanto inaspettato. Forse niente, ma vedremo.

Questa generazione nata in una Repubblica affetta da artrosi senile, cresciuta nello sperpero e nella perversione dei suoi principi fondanti, questa generazione a cui ci si diceva nulla essere negato, se per il tutto si intende la montagna di futili suppellettili sotto cui seppellire la ragione del vivere; questa generazione che con tutto quello che gli si è comprato non gli è concesso non il futuro, che quello sguardo oltre l'orizzonte non si può sottrarre nemmeno a un ergastolano, ma l'avvenire, ovvero ciò che è a venire perché si ha la potestà di farlo accadere.

Questa generazione a cui invece non è stata risparmiata la fame, perché non c'è solo fame di pane ma anche l'eterna fame "di qualcosa che non trovano nel mondo che hanno già dentro le notti che dal vino son bagnate, dentro alle stanze da pastiglie trasformate..." e ha appena scoperto che non è stata risparmiata dalla malattia e dall'ignoranza, nelle belle piazze d'Italia viene presa a randellate perché sta protestando per qualcosa che il nostro buon governo deve ritenere spregevole. Non vogliono tanto per dire la seconda prova scritta all'esame di maturità i lavativi, mentre quella prova è indispensabile alla loro valutazione.

Già, se solo il ritorno alla normalità nella scuola nel cui nome si impone la prova non fosse una lugubre pagliacciata. Come se quei ragazzi non affrontassero l'esame dopo due anni dove non hanno avuto nessuna reale possibilità di essere addestrati decentemente alla prova, come se si potesse ancora definire Esame di Stato una prova gestita da commissari interni, ovvero dai loro stessi professori, e chi ne avrà uno di buon cuore potrà fare in un modo e chi ne avrà uno di quelli più che severi in un altro, così che ogni istituto sarà uno Stato a sé; per non parlare dei tecnici che affronteranno una seconda prova che sarà essenzialmente pratica senza aver potuto per due anni mettere piede nei laboratori alla pratica adibiti per il tempo dovuto.

Mi chiedo se hanno coscienza quei ragazzi che il loro diploma di maturità che porterà la data degli ultimi due anni sarà un marchio indelebile agli occhi di chi leggerà il loro curriculum in previsione di un impiego; chi tra i possibili datori di lavoro si fiderà di quel pezzo di carta ottenuto nelle contingenze pandemiche?

Mi chiedo se sanno di essere stati buttati nel cesso, che comunque non si poteva fare diversamente. E mi chiedo cosa e se faranno tra un attimo, tra un mese, tra un anno in nome del loro avvenire in condizioni così diverse e avverse dalle mie alla loro età. Non lo so; ma so di quel poco di fisica che ho svogliatamente appreso, che un gas si può comprimere, certi anche milioni di volte, ma tutti fino a un certo punto, poi cambiano di stato, e nel farlo tendono a esplodere.