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di Liana Milella


La Repubblica, 6 febbraio 2022

 

Abbiamo chiesto ai nostri giornalisti e ai nostri commentatori di approfondire i temi sollevati. Ventinove maggio 2019, scoppia il caso Palamara. 21 giugno 2019, Mattarella esprime "grave sconcerto per l'accaduto". Parla di "degenerazione correntizia" e di "inammissibile commistione fra politici e magistrati". Considera "urgente la riforma". Da quel giorno ne sono passati altri 960. Mattarella ha insistito. Non è accaduto nulla. O meglio, qualcosa è accaduto.

Lo scontro tra destra e sinistra ha bloccato la riforma "urgente". Sono cambiati tre governi, ma la legge è rimasta in attesa nella commissione Giustizia della Camera. L'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede ha presentato il suo testo, ma non s'è fatto un passo avanti. È arrivata Marta Cartabia, ha preparato gli emendamenti, che a dicembre hanno scontato ancora le divisioni sulla giustizia. Ora Mattarella ha ripetuto le parole di 960 giorni fa e l'intero emiciclo gli ha riservato un'ovazione. Carica anche della volontà di fare i conti con la magistratura.

Di punirla per il correntismo. A partire dalla futura legge elettorale, semmai si farà in tempo ad approvarla prima della scadenza di questo Csm, luglio 2022. Il centrodestra e le correnti anti-correnti chiedono il sorteggio, la ministra lo considera fuori dalla Carta. Bonafede lo propose, ma i costituzionalisti gli suggerirono di toglierlo, pena una bocciatura. Maggioritario o proporzionale? Gli esperti se la ridono perché se a votare sono solo 9.500 toghe gli accordi si potranno sempre fare.

Riuscirà Cartabia a mettere insieme anime contrapposte sulla giustizia? La Lega, che punta tutto sui referendum e attende la Consulta al varco se dovesse bloccarli? Forza Italia, che non demorde sul sorteggio? Conte e Bonafede, pronti a lottare contro le "porte girevoli"? Il Pd, che rispetta i giudici, ma chiede mano dura contro le correnti e l'inaccettabile discrezionalità sulle nomine? Costa di Azione che, emendamenti del governo o meno, da settimane chiede di procedere subito e andare in aula?

Sarà una partita difficilissima. In cui Cartabia si riserva un forte ruolo di mediazione. All'insegna di un magistrato ideale che per lei deve somigliare a Rosario Livatino. Solo così la riforma potrà superare le forche caudine dell'eterna battaglia tra garantisti e giustizialisti. Ma in gioco c'è un potere dello Stato che nel frattempo ha cercato di fare la sua parte. I processi disciplinari al Csm. E pure le incompatibilità ambientali. Nomine senza "pacchetti" e all'insegna di criteri rigidi, come la scadenza temporale. Giudici che nella nuova legge vorrebbero trovare una legittimazione, e non la punizione chiesta dalla destra.

È possibile superare la logica delle bandierine? A questo ha lavorato Cartabia, studiando di persona gli emendamenti. I punti fermi sono noti, e in settimana diverranno pubblici. Dalle nuove regole per formare le commissioni del Csm (Bonafede ipotizzò il sorteggio), ai criteri invalicabili per le nomine, al ruolo degli avvocati nei consigli giudiziari, all'autonomia della sezione disciplinare formata forse da consiglieri che non siedono nelle altre commissioni.

Nessuno sconto alle toghe in politica, le "porte girevoli" bloccate per sempre. Cartabia, da ex presidente della Consulta, annusa fumus di incostituzionalità, ma politicamente sarebbe arduo affrontare di nuovo una querelle con M5S come quella sull'improcedibilità. Lo slogan è "mai più casi Maresca". Uno stop pure per chi è fuori ruolo a fianco dei ministri? E pure per consiglieri di Stato e della Corte dei conti? Corre voce che proprio questo avrebbe rallentato il cammino degli emendamenti da palazzo Chigi a Montecitorio. Mentre la ministra era pronta a ripartire con il Csm già più di un mese fa.