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di Giuliano Foschini


La Repubblica, 6 febbraio 2022

 

"Sono sicura che morirò prima di vedere la fine di questo processo senza poter sapere come e da chi è stato ucciso mio figlio. E invece vorrei poter andare sulla tomba di Roberto per dirgli che la giustizia terrena ha fatto il suo corso". Il ministro della Giustizia, Marta Cartabia, è voluta partire da qui - da una lettera ricevuta da una mamma che aveva perso il figlio in un incidente sul lavoro - nella sua relazione al Parlamento per l'inaugurazione dell'anno giudiziario, il 19 gennaio scorso. E non si può partire da qui - dai Roberto e da quelle decine di migliaia di cittadini senza giustizia, perché i tempi della verità sono troppo lunghi, spesso irraggiungibili - per comprendere il senso parole del presidente Sergio Mattarella e le richieste che la Ue ci ha posto in sede di Pnrr. La temperatura della nostra democrazia è data dallo stato di salute della giustizia. E lo stato di salute della giustizia è, inevitabilmente, dato dalla sua credibilità. E dalla sua efficienza.

Qualche dato: secondo una recente indagine dell'Unione europea l'Italia era ultima nell'Unione per ottenere il terzo grado di giudizio in un processo civile (1302 giorni, 791 per il secondo e 531 per il primo). In questo momento, dice l'ultima ricognizione del ministero della Giustizia, ci sono un milione e 588mila procedimenti penali pendenti, con situazioni disastrose in alcune Corti di Appello con tempi ancora più lunghi del civile: quasi mille e seicento giorni dalle indagini preliminari alla sentenza di Cassazione. Davanti a questi dati l'Unione europea ha posto paletti: ridurre del 40 per cento il tempo medio di durata dei procedimenti del civile; e del 25 per il penale entro un arco temporale di cinque anni. Una tempistica che il Governo è convinto si possa rispettare ma sulla quale in più occasioni l'Anm ha mostrato perplessità.

Le risorse non mancano. Sono stati messi sul tavolo da Bruxelles 2,827 miliardi che verranno destinati per tre linee di intervento: l'ufficio per il processo, la digitalizzazione e l'edilizia giudiziaria. Non è burocrazia. Ma, sulla carta, si tratta di interventi cruciali e potenzialmente decisivi: nel giro di un mese verranno assunti 8.171 donne e uomini che andranno a lavorare nell'"ufficio del processo", con l'obiettivo di velocizzare i tempi.E ancora cancellieri (2.700) e magistrati. Il punto è che non bastano. Perché buchi di personale sono troppi ampi e lo diventeranno ancora di più nei prossimi anni (il Covid ha rallentato i concorsi dei magistrati e la riforma sui pensionamento Renzi e la quota 100 hanno velocizzato le uscite). E perché la situazione di partenza è disastrosa: sull'informatizzazione si è poco più che all'anno zero e in tema di edilizia ci sono foto che raccontano tutto quello che c'è da dire. Ricorderete, per esempio, le aule di giustizia nelle tende della Protezione civile a Bari perché il palazzo stava crollando.

Che fare allora? Per prima cosa, non pensare al doping come ricetta. Scorciatoie come quella sull'improcedibilità passati due o tre anni dal primo grado scelta per il processo penale, come hanno spiegato bene molti procuratori generali nelle inaugurazioni dell'anno giudiziario, non possono essere la soluzione. Ma al massimo un'altra patologia: togliere giustizia comunque non dà giustizia. Non può essere nemmeno una risposta aumentare numero o carico di giudici di pace. Servono invece, come il ministro Cartabia ha promesso, investimenti sulle risorse umane. Sulla modernizzazione. E sulle infrastrutture. Serve organizzazione e controllo. Formazione e risorse. Senza però mai dimenticare che stiamo parlando di giustizia: un magistrato non è un burocrate. Un fascicolo non è una pratica. Ma un insieme complesso e delicato di diritti da tutelare.