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di Patrizio Gonnella*


Il Manifesto, 6 febbraio 2022

 

A breve sarà nominato un nuovo capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Sarebbe importante che fosse una personalità (non necessariamente un magistrato e non necessariamente uomo) che intervenga a gamba tesa rispetto alle responsabilità di sistema e alle corporazioni che hanno consentito quanto accaduto a Torino o a Santa Maria Capua Vetere.

Antigone è stata ammessa parte civile nei procedimenti penali per i fatti di tortura avvenuti nelle carceri di Torino e Santa Maria Capua Vetere. Saranno parte del processo anche il garante nazionale e quelli territoriali. Il Ministero della Giustizia è chiamato a risponderne civilmente. Dal 2017, anno di approvazione della legge, possiamo citare la parola tortura, oltre che nei convegni, anche nei tribunali. E la stanno usando anche pubblici ministeri e giudici.

Noi non ci rallegriamo per la decisione di essere parte in procedimenti penali per tortura. Ben preferiremmo osservare un sistema penitenziario che non avesse involuzioni criminali. È però nostro dovere morale e giuridico lottare per la giustizia, laddove ci giungano segnalazioni di violenze brutali, tortura e maltrattamenti.

La lotta contro la tortura è anche lotta per la legalità costituzionale e internazionale. Di questo devono essere consapevoli tutti gli attori del sistema: poliziotti, sindacati, direttori, dirigenti a qualunque livello, ma anche politici di ogni schieramento.

Non diteci che la tortura è questione di mele marce. Estrapolo un paio delle tantissime accuse presenti negli atti processuali che riguardano ben oltre un centinaio di agenti di Polizia penitenziaria. Carcere di Torino, 2017: "Lo portavano in una stanza, lo costringevano a spogliarsi integralmente e, quindi, indossando i guanti, lo colpivano con violenti schiaffi e pugni al capo, all'addome e al volto". Carcere di Santa Maria Capua Vetere, 2020: "Lo aggredivano con schiaffi al volto, pugni e calci, gli sputavano addosso e lo insultavano, con espressioni del tipo sei un napoletano di merda".

Un carcere del nord, uno del sud, dinamiche interne differenti, in un caso sotto-cultura penitenziaria in un altro vendetta machista, assenza di voci contrarie e di mele sane, fatti avvenuti prima e durante la pandemia.

Con ciò nessuno vuole dire che questa è la prassi penitenziaria. Non lo è. Affermarlo significherebbe non tenere conto della complessità e della qualità di tantissimi operatori penitenziari che si affannano a garantire una pena legale e dignitosa. Ma è indubbio che la violenza, anche nelle sue forme più gravi, non è qualcosa di cui sorprendersi. Chi si sorprende fa il gioco dell'impunità.

Mentre partono due processi per tortura ricordiamo che il Presidente Mattarella ha ricordato il dramma delle carceri nel suo discorso di inizio mandato, che la ministra Cartabia insieme al premier Draghi sono andati a Santa Maria Capua Vetere per affermare il loro "nunca mas" alla tortura, che sono a disposizione della Ministra le significative proposte di innovazione del regolamento penitenziario della Commissione Ruotolo.

A breve sarà nominato un nuovo capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Sarebbe importante che fosse una personalità (non necessariamente un magistrato e non necessariamente uomo) che intervenga a gamba tesa rispetto alle responsabilità di sistema e alle corporazioni che hanno consentito quanto accaduto a Torino o a Santa Maria Capua Vetere.

Ci vuole chi lavori a costruire una comune visione costituzionale della pena dove non ci sia più spazio per chi pratica la tortura, per chi la legittima e per chi la copre.

*Presidente di Antigone