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di Luigi Manconi


La Repubblica, 7 febbraio 2022

 

Una storia che ripropone ancora una volta l'idea di garantismo all'italiana. Lo scorso 31 gennaio, il giudice per le indagini preliminari Alfonso Sabella ha disposto l'archiviazione del procedimento per omicidio volontario a carico dei cosiddetti "due marò" (in realtà, fucilieri della Marina militare italiana), accusati di aver ucciso due pescatori indiani il 15 febbraio 2012 al largo delle coste del Kerala, nell'India meridionale. Il Gip ha accolto la richiesta della Procura che ha ritenuto non sufficienti le prove raccolte. Resta un grande problema: chi ha provocato quelle morti?

È certo che una pista alternativa era emersa, ma non le si è dato seguito. Infatti, in quello stesso tratto di mare in cui navigava l'Enrica Lexie, con a bordo Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, si trovava un'altra imbarcazione, battente bandiera greca. Quest'ultima, secondo l'ufficio marittimo della Camera di Commercio Internazionale, avrebbe subito un tentativo di abbordaggio a due miglia e mezzo dalla costa indiana, lo stesso giorno dell'incidente che ha coinvolto l'Enrica Lexie. Questa e la nave greca presentavano sagoma e colore simili, differenziandosi solo per la forma del fumaiolo.

L'abbordaggio venne smentito dalle autorità greche e nessuna seria indagine è stata mai condotta (dopotutto, si trattava di due lavoratori del mare di un Paese dove - notoriamente - i poveracci muoiono come mosche). Ma la vicenda dei due militari è significativa anche perché ci parla delle bislacche peripezie del garantismo italiano. Per l'archiviazione del procedimento contro Latorre e Girone, Giorgia Meloni ha gioito: questo ha alimentato la falsa rappresentazione di una vicenda giudiziaria che sarebbe stata appannaggio di una destra contrapposta a una sinistra compattamente indifferente.

In effetti è vero che, poco dopo quel fatto tragico, Fratelli d'Italia offrì una candidatura a Massimiliano Latorre, ma, svanita questa ipotesi, il sostegno si limitò a qualche dichiarazione tonitruante di retorica patriottica. Ancor peggio a sinistra, dove - avendo introiettato lo stereotipo di Latorre e Girone come simboli della destra - il silenzio è stato pressoché totale.

Tuttavia, poco meno di un anno fa, fu proprio Repubblica, con un titolo di prima pagina, a sollevare l'interrogativo: e se fossero innocenti? E fu proprio l'avvocato Fabio Anselmo, noto per aver sostenuto le cause di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi, conclusesi con le condanne dei responsabili di quei delitti, a dare slancio all'iter giudiziario. (A proposito, su quelle due morti "di sinistra", la destra, da Matteo Salvini a Carlo Giovanardi, ha saputo solo esibirsi in oltraggi e bassezze). Questo dovrebbe bastare a liberare la discussione sull'amministrazione della giustizia e sulle garanzie per gli imputati dalla contrapposizione destra/sinistra. E non perché queste ultime siano, come usa futilmente dire "categorie obsolete": bensì perché è vero, proprio vero, che il garantismo non abita stabilmente né a destra né a sinistra.

Anche perché il garantismo ha il suo essenziale statuto fondativo nel principio della separazione dei poteri, dei ruoli e delle competenze. Di conseguenza, come è potuto accadere che, per la Presidenza della Repubblica, venisse indicato il nome di Elisabetta Belloni, direttrice del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza? Preciso che, di Belloni, sono amico, oltre che estimatore, ma il solo fatto di formulare quella proposta - troppo blandamente contestata anche a sinistra - rappresenta una sgrammaticatura istituzionale e una espressione di analfabetismo democratico. Non troppo dissimile, per altro, da ciò che portò l'allora incaricato Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, a proporre un pubblico ministero (Nicola Gratteri) per il dicastero della Giustizia. Per capirci: non sarebbe forse singolare indicare come Presidente del Consiglio il Capo di Stato Maggiore dell'esercito, fosse anche il più onest'uomo della terra?

Tutto ciò la dice lunga sulla confusione che domina il discorso pubblico in materia di garantismo. Basti pensare che ancora Fratelli d'Italia, nell'ultimo scrutinio per il Quirinale, ha indirizzato i propri voti sull'ex magistrato Carlo Nordio che rappresenta, come ha scritto Alessandro Barbano sull'Huffington Post, "l'opposto della logica securitaria e marcatamente giustizialista" del partito di Meloni. La quale, nelle scorse settimane, è arrivata a sollecitare la modifica dell'art. 27 della Costituzione, dove si afferma che "le pene devono tendere alla rieducazione del condannato", sulla base del seguente sofisticato ragionamento: "A me che tu hai avuto una buona condotta in carcere o che hai partecipato a programmi di rieducazione non frega niente".

D'altra parte Salvini, in una delle sue mirabolanti trasfigurazioni, ha dichiarato di voler "federare liberali, garantisti e cattolici". Avete letto bene: i garantisti vengono evocati dal segretario di un partito che meno garantista di così non si può. Quello, per andare alle origini, del cappio mostrato in aula, nel marzo del '93, dal deputato Luca Leoni Orsenigo e quello del "chiudere la cella e buttare via la chiave" (del Salvini di ieri, oggi e presumibilmente domani).

In ogni caso, lo sappiamo, acquisire una cultura garantista è un'impresa ardua, a destra, a sinistra e al centro. E la vicenda dei due fucilieri italiani costituisce un test particolarmente eloquente in proposito. Succederà mai che, per dirne una, a "portare le arance" all'ex sindaco detenuto, siano i consiglieri dell'opposizione?