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di Paolo Riva


Corriere della Sera, 7 febbraio 2022

 

Il fenomeno della contenzione meccanica è ancora troppo diffuso nei reparti. La campagna nazionale contro i lacci per i malati e la bozza del governo per superare la pratica.

Elena Casetto, Giuseppe Casu, Franco Mastrogiovanni, e, ultimo in ordine di tempo, Wissem Ben Abdellatif. Sono tutte persone la cui morte è collegata alla pratica della contenzione meccanica. Casetto è deceduta a causa di un incendio divampato nel reparto di psichiatria dell'ospedale di Bergamo, dove era ricoverata, legata. Casu, all'ospedale di Cagliari, è mancato dopo essere stato bloccato per sette giorni. All'ospedale di Vallo della Lucania, Mastrogiovanni è morto nel letto al quale era stato legato per 87 ore. Infine, lo scorso novembre, il cittadino tunisino da poco arrivato in Italia Ben Abdellatif è morto dopo essere stato contenuto per molte ore, sia all'ospedale di Ostia sia al San Camillo di Roma. Questi casi sono i più gravi, ma la pratica è molto diffusa in Italia. E, proprio per i suoi effetti negativi, in molti chiedono che venga superata.

In concreto, la contenzione meccanica utilizza dei messi fisici, come lacci e cinture, per limitare i movimenti di una persona. Viene utilizzata per prevenire danni fisici al paziente stesso o ad altre persone, e il personale sanitario che sceglie di servirsene dovrebbe usarla solo in situazioni di emergenza, come ultima risorsa. Eppure, stimava nel 2013 un articolo scientifico dello psichiatra Vittorio Ferioli, "nei reparti psichiatrici per acuti, in Italia, avvengono in media 20 contenzioni ogni 100 ricoveri".

Se consideriamo che, secondo gli ultimi dati disponibili relativi al 2019, i ricoveri in psichiatria sono stati 96.510 in un anno, non si tratta di pochi casi. Secondo il Comitato nazionale di bioetica, però, "la contenzione rappresenta in sé una violazione dei diritti fondamentali della persona" e, per questo, deve avvenire solo "in situazioni di reale necessità e urgenza, in modo proporzionato alle esigenze concrete, utilizzando le modalità meno invasive e per il tempo necessario al superamento delle condizioni che abbiano indotto a ricorrervi".

Il Comitato si è espresso sulla questione nel 2015, ma lo scorso dicembre è intervenuta sul tema anche la Corte Europea dei diritti dell'uomo. Grazie al ricorso di un quattordicenne che venne legato al letto per sette giorni, il tribunale ha messo per la prima volta sotto sorveglianza l'Italia su questa pratica, imponendo al governo di rispondere a dei quesiti sul fenomeno e sull'esistenza o meno di protocolli. Una sentenza della Corte potrebbe portare a quel che, da tempo, chiede "...e tu Slegalo subito", la campagna nazionale per l'abolizione della contenzione meccanica in psichiatria promossa dal Forum Salute Mentale e sostenuta da numerose realtà della società civile.

"L'uso delle fasce, dei letti di contenzione, sopravvissuto alla chiusura dei manicomi, è la prova più chiara e scandalosa di quanto sia ancora viva l'immagine del matto pericoloso. In molti dei luoghi della cura si lega ma si fa di tutto per non parlarne. Salvo quando capita l'incidente". Come quelli drammatici di Casetto, Casu, Mastrogiovanni e Ben Abdellatif.

Eppure, esistono realtà che riescono a curare i pazienti senza bisogno di legarli. Dal 2006, in Italia, opera il Club Spdc- No Restraint che riunisce i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (Spdc, appunto) che non usano la contenzione e tengono aperte le porte dei loro reparti. Le adesioni sono ventuno e vanno da Trento a Grosseto, da Terni a Matera, da Caltanisetta a Ravenna, Parma, Modena e Mantova. Senza contare Trieste, la città in cui operò Franco Basaglia.

Proprio in Friuli-Venezia Giulia, lo scorso novembre si è tenuto un convegno degli Spdc- No Restraint. L'iniziativa, intitolata "Verso servizi liberi da contenzione" è stata organizzata tra Trieste e Gorizia, una scelta simbolica, dal momento che fu proprio a Gorizia, nel 1961, che Basaglia pose il problema delle persone legate in manicomio. Il rivoluzionario psichiatra si rifiutò di avvallare con la propria firma di medico questa pratica. "E mi no firmo", disse, dando idealmente il via al percorso che portò nel 1978 alla legge 180, cui si deve la chiusura dei manicomi. Oltre quarant'anni dopo, la contenzione è considerata da più parti come "un residuo" di quella "cultura manicomiale" che la 180 voleva superare. A farlo definitivamente, potrebbe contribuire una bozza di accordo stilata dal Ministero della Salute, per il "definitivo superamento della contenzione meccanica in tutti luoghi della salute mentale in un triennio". Il documento contiene sette raccomandazioni: è stato redatto a giugno e ora si attendono i pareri di Comuni e Regioni.