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di Michela Marzano


La Repubblica, 7 febbraio 2022

 

Le manifestazioni degli studenti e la lettera del ministro dell'Istruzione. Dopo due anni di pandemia e lockdown e Dad e mascherine, non è possibile non riconoscere le difficoltà dei ragazzi e non prenderli sul serio. Oggi, ancora più del passato, i giovani necessitano riconoscimento.

Il ministro Bianchi ha ragione: i nostri studenti e le nostre studentesse hanno bisogno di essere ascoltati. E quando dico che ne hanno bisogno, intendo dire proprio questo; non ho sbagliato termine quando ho scritto "hanno bisogno", invece di "meritano". Certo, tutte e tutti meritiamo ascolto. Anche semplicemente perché l'ascolto è una manifestazione di rispetto e ogni persona, in quanto tale, merita di essere rispettata. Le ragazze e i ragazzi, però, oltre a meritarlo, ne hanno proprio bisogno. Lo necessitano perché, oggi ancora più del passato, necessitano riconoscimento. E dopo due anni di pandemia e lockdown e Dad e mascherine, non è possibile non riconoscere le loro difficoltà e non prenderli sul serio.

E quindi? Quindi il ministro Bianchi ha torto quando, invece di ascoltare le studentesse e gli studenti che sono scesi in piazza venerdì scorso, come dice di voler fare, si limita a garantire ascolto ai temi che hanno posto. Ascoltare i più giovani, d'altronde, significa evitare di propinare loro una serie di buoni propositi o di inutili luoghi comuni. Ascoltarli vuol dire fare spazio all'interno di sé stessi alla loro alterità, anche se l'alterità, per definizione, disturba e scombussola. Ma l'ascolto è proprio questo. Altrimenti si tratta di altro, magari di un'interessante riflessione ad alta voce oppure di considerazioni generiche sull'alternanza scuola-lavoro e sugli esami di maturità: frasi fatte che ripetono cose note, già dette, già scritte, già contestate, già riscritte. Peccato, ad esempio, che il ministro non abbia speso nemmeno una parola su tutte quelle esperienze di alternanza scuola-lavoro che si traducono con un nulla di fatto in termini educativi. Peccato che non abbia sentito l'esigenza, per non dire il dovere, di nominare Lorenzo Parelli. Peccato, infine, che entrambe queste mancanze denotino proprio un'assenza di ascolto.

Gentile ministro, posso permettermi di dirle chissenefrega che "il governo si è sempre impegnato in modo caparbio per riportare la scuola in presenza"? Posso aggiungere che le ragazze e i ragazzi che sono scesi in piazza venerdì del suo "riteniamo giusto accompagnare tutti ad una nuova fase senza paura" non sanno che farsene? Sa di che cosa hanno davvero paura le nostre ragazze e i nostri ragazzi? Sa che, quando dice che la prova scritta di italiano serve "a esprimere sé stessi", sembra che li stia prendendo in giro?

Si sono espressi venerdì, signor ministro. E lei non li ha ascoltati. Forse perché troppo impegnato a immaginare l'ennesima (utile? necessaria?) riforma della scuola. Forse perché, quando ci si focalizza sui temi, le persone vengono cancellate. Oppure è stata la bella immagine della "scuola al centro della nostra democrazia", "al passo con i tempi" e "senza diseguaglianze" che l'ha distratta e le ha impedito, ancora una volta, di vedere e riconoscere e capire le studentesse e gli studenti? Loro hanno paura, sì. Ma ancora più che delle prove scritte dopo due anni di pandemia, lockdown, Dad e mascherine, loro hanno paura di essere trasparenti. E hanno ragione. Nella sua lettera, signor ministro, le nostre ragazze e i nostri ragazzi sono trasparenti.