sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Massimiano Bucchi


Corriere della Sera, 7 febbraio 2022

 

Ormai davanti ai più diversi fatti di cronaca si accantona l'idea che esistano già leggi e strumenti per sanzionare e soprattutto per ridurre la frequenza di certi comportamenti, tutelando le potenziali vittime. Ormai il cortocircuito tra cronaca, opinione pubblica e politica è più prevedibile di una macchinetta stimolo-risposta.

Un incidente stradale mortale causato da guida in stato di ebbrezza o sotto effetto di stupefacenti; un'aggressione a ragazze o ragazzi di origine ebraica, una vittima di violenza domestica; la reazione è sempre la stessa: la rabbia, l'indignazione, l'individuazione di tendenze generali da contrastare con nuove leggi e iniziative educative. Dopo qualche giorno il caso specifico, le responsabilità individuali non interessano più a nessuno. Si è individuato e nominato un nuovo problema sociale, la coscienza civile e sociale si ritiene assolta. Si accantona così l'idea che esistano già leggi e strumenti per sanzionare e soprattutto per ridurre la frequenza di certi comportamenti, tutelando le potenziali vittime.

Che cosa resterà nella coscienza delle giovani che hanno aggredito la coetanea ebrea? E dei loro genitori? Qualcuno proverà a spiegare loro direttamente la gravità di ciò che hanno commesso? La scuola le obbligherà a leggere qualche libro che le aiuti a capirlo? Nulla di tutto questo: si diranno (e i loro genitori diranno) che hanno fatto solo una stupidaggine, hanno aderito inconsapevolmente a una tendenza del loro tempo. Tendenza contro la quale si faranno fiaccolate e lunghe discussioni e poi, forse, tra qualche anno, un'iniziativa a scuola di fronte alla quale sbadiglieranno.

A quasi nessuno viene il dubbio che le leggi ci sono: i comportamenti in questione sono già individuati chiaramente come criminali. Ma una giustizia che permette di guidare liberamente a chi è già stato condannato per guida in stato di ebbrezza o che lascia un soggetto già responsabile di episodi di violenza nella stessa abitazione della convivente è una giustizia che ha smarrito il proprio senso, e quindi l'espressione di una società che ha smarrito il proprio senso.

Lo si vede dolorosamente dalle parole che escono immancabilmente dai parenti delle vittime. Tutti chiedono "giustizia": una parola che la società e il sistema giudiziario dovrebbero essere in grado di tradurre non come "vendetta" ma come capacità di tutelare e proteggere altre potenziali vittime da quegli stessi pericoli.

Ma questo comporterebbe l'assunzione di responsabilità individuali specifiche (da parte dei genitori, degli educatori, degli operatori giudiziari). Molto più comodo, purtroppo, sbandierare parole d'ordine e buone intenzioni generiche per assolvere sé stessi e la propria coscienza. Come cantava tristemente De Andrè, "Prima pagina, venti notizie/Ventuno ingiustizie e lo Stato che fa/Si costerna, s'indigna, s'impegna/Poi getta la spugna con gran dignità".