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di Luigi dell'Olio


La Repubblica, 7 febbraio 2022

 

Nel 2021 l'operatività è tornata all'80% di quella pre pandemia, ma sono state aperte 8.124 pratiche, l'8% in più del 2020, calano però del 6% i procedimenti pendenti e il tempo per smaltire l'arretrato è sceso a 4,5 anni di media. Maglie nere a Roma e alla Lombardia

I ritardi che caratterizzano i tribunali fallimentari non sono stati superati, ma quanto meno l'operatività sta tornando ai livelli pre-pandemici. Una necessità per soddisfare sia le aspettative delle imprese coinvolte, sia per quelle dei creditori. Secondo l'analisi condotta da Cherry (società che fornisce servizi di intelligenza artificiale agli operatori del credito) sulle 140 strutture operanti nella Penisola, che Affari & Finanza pubblica in anteprima, lo scorso anno le pratiche aperte sono cresciute rispetto al 2020, mentre di pari passo è calato lo stock.

"Le chiusure più limitate rispetto al primo anno della pandemia e i passi in avanti compiuti sul fronte tecnologico hanno consentito ai tribunali fallimentari di risalire all'80% dell'operatività registrata nel 2019", racconta Giacomo Fava, lead artificial intelligence engineer di Cherry. Nel corso del 2021 sono state aperte 8.124 pratiche, vale a dire l'8% in più rispetto all'anno precedente, ma il 26% in meno nel confronto con il 2019, con Roma (+95%) e Bari (+58%) davanti a tutti. "Si sta tornando verso la normalità, anche se il ritardo italiano rispetto agli altri Paesi occidentali resta importante, con procedure che durano anche decenni e così imbrigliano una serie di risorse economiche, sia da parte della società fallita, sia da quella di tutte le aziende collegate (fornitori, banche, Stato, Inps), che rimangono immobilizzate. Ad esempio, a procedura in corso non può essere compensata l'Iva pagata del creditore", spiega Enrica Ghia, partner studio legale Ghia e socio fondatore del network JurisNet. Che sottolinea come questa situazione contribuisca a scoraggiare gli investimenti da parte di fondi internazionali specializzati nelle procedure concorsuali, che altrove contribuiscono ad assicurare liquidità al sistema iniettando in corso di procedimento - anticipazioni sulle somme attese dai creditori.

Tornando alla ricerca, lo scorso 31 dicembre i procedimenti pendenti risultavano in tutto 72.566, vale a dire il 6% in meno rispetto a dodici mesi prima. Nonostante l'elevato numero di nuove pratiche, il tribunale di Roma è l'unico ad aver fatto segnare lo scorso anno più aperture che chiusure di procedimenti (+3%), mentre da Bergamo a Napoli, da Padova a Venezia il rapporto è di meno di uno a due. Roma è prima anche nella graduatoria dello stock, con 5.096 pratiche pendenti. Al secondo posto c'è Milano (4.721) e a seguire Bari (2.023).

Utilizzando come unità di misura il Disposition time, metrica adottata dalla Cepej (Commissione europea per l'efficienza della giustizia) che indica il tempo necessario per smaltire i procedimenti pendenti alla fine di un dato anno, attualmente occorrono in media quasi quattro anni e mezzo per smaltire l'arretrato cumulato nei principali venti tribunali italiani, un dato in miglioramento rispetto ai 5,4 di fine 2019 e ai 5,8 anni di fine 2020.

Anche per questo parametro, comunque, si registrano diversi livelli di performance: a Roma si viaggia sui 7,3 anni, a Catania sui 6,3, mentre Bergamo evade le pratiche in 2,7 anni, Modena in 3,1 e Torino in 3,2. A livello regionale, il valore più alto di procedure pendenti si registra in Lombardia (12.185), che è anche la ragione a più alta concentrazione di imprese, seguita da Lazio (8.624) e Campania (6.821), mentre le più "scariche" sono Molise, Trentino - Alto Adige e Basilicata.

"La difficoltà a smaltire gli stock dipende dal fatto che le sezioni fallimentari sono oberate di lavoro, con Roma che spicca per le dimensioni del suo bacino di riferimento, e non dispongono ancora di strumenti di intelligenza artificiale, che consentono di capire su quali procedure si può accelerare e quali invece richiedono un approccio di più lungo periodo", commenta Ghia.

L'auspicio è che l'entrata in vigore del Codice della Crisi d'Impresa (era prevista nell'agosto scorso, ma è stata rinviata al prossimo 16 maggio data l'eccezionalità del momento), produca qualche miglioramento, "grazie a una serie di istituti che dovrebbero fare emergere le crisi prima che gli imprenditori portino i libri in tribunale", conclude l'avvocato. A questo proposito va ricordato che il contrasto alla lentezza dei tribunali è tra le condizioni necessarie per accedere ai fondi europei del Pnrr. Il governo è al lavoro per rafforzare gli organici dei tribunali (anche quelli fallimentari) e rivedere la normativa, in modo da incentivare gli accordi extragiudiziali e potenziare i meccanismi di allerta quando i conti aziendali cominciano a peggiorar. Misure che dovranno essere approvate nei prossimi mesi.