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di Cataldo Intrieri

 

linkiesta.it, 7 febbraio 2022

 

Il presidente della Repubblica ha chiesto la tutela del principio di legalità, un elemento fondamentale dello Stato di diritto e che il Parlamento recuperi la piena autonomia della funzione legislativa. Non sarà facile, soprattutto la riforma del Consiglio superiore della magistratura.

C'è un passaggio nel gran discorso di insediamento di Sergio Mattarella in cui evoca come bisogno collettivo la certezza del diritto: "I cittadini devono poter nutrire convintamente fiducia e non diffidenza verso la giustizia e l'Ordine giudiziario. Neppure devono avvertire timore per il rischio di decisioni arbitrarie o imprevedibili che, in contrasto con la doverosa certezza del diritto, incidono sulla vita delle persone".

L'argomentazione è assai più complessa e raffinata di quanto la stampa e l'opinione politica abbiano saputo cogliere. Eppure in queste poche righe forse ancor più che in quelle dedicate alla riforma del Consiglio superiore della magistratura si annida l'essenza dell'idea della nuova giustizia di cui il paese ha bisogno e che il presidente immagina.

Il "timore per il rischio di decisioni arbitrarie o imprevedibili che, in contrasto con la doverosa certezza del diritto, incidono sulla vita delle persone", significa che la magistratura italiana ha smarrito in questi anni e già assai prima dello scandalo Palamara, la tutela di un diritto fondamentale: il principio di legalità. È uno dei paradigmi fondamentali della democrazia liberale: è il patto sociale per cui lo Stato indica al cittadino con precisione quali siano le conseguenze delle sue azioni. Cosa è lecito e cosa è permesso: soprattutto cosa è un reato e ciò che reato non è.

In una società libera la tutela della libertà individuale passa dalla precisione con cui le leggi espongono le fattispecie di reato e ancora dal rispetto, accanto a quella sostanziale anche della legalità processuale, per cui è predeterminata la modalità di svolgimento del processo, le sue fasi, le condizioni di parità tra accusa e difesa, la ragionevole durata, l'onere gravante sulla prima di provare la colpevolezza dell'altra oltre "ogni ragionevole dubbio" (art.111 della Costituzione).

Già: coi dubbi in un sistema civile ci si dovrebbe fare al massimo qualche articolo del Fatto e non costruire indagini fantasiose e sentenze romanzesche. Ogni riferimento al processo sulla trattativa Stato-Mafia non è puramente casuale e non soltanto perché Mattarella è siciliano ma perché quel processo arrivò a toccare la carne viva dell'istituzione presidenziale da lui oggi rappresentata, colpendo a morte un fedele servitore dello Stato, Loris D'Ambrosio magistrato consigliere giuridico del Quirinale e umiliando il suo predecessore Giorgio Napolitano chiamato a deporre davanti a una Corte di Assise avvolto dall'alone del dubbio di reticenza.

Ebbene proprio in quel processo si materializzò come mai altre volte la lacerazione della certezza del diritto. Fu perseguita un'ipotesi di reato (l'attentato contro un organo costituzionale) del tutto inconferente col fatto ricostruito di una trattativa tra i carabinieri e la mafia che allora martellava l'Italia con una serie di attentati, un'attività invece coerente con le finalità d'indagine dell'Arma in quel delicatissimo frangente come sostenne (schernito da Marco Travaglio e dagli inquirenti palermitani) un finissimo giurista come Giovanni Fiandaca.

Non ci può essere esempio più lampante delle critiche del Presidente di questo caso in cui si interpreta una norma forzandone il significato per farvi rientrare come reato ciò che non è illecito. Esattamente ciò che il principio di legalità non consente. E quando Mattarella invoca il diritto di ogni cittadino a non correre "il rischio di decisioni arbitrarie o imprevedibili" qualcosa deve aver contato l'odissea del suo corregionale e collega di partito Calogero Mannino, processato per un ventennio, arrestato e reiteratamente prosciolto (con tanto di sentenza miliare delle Sezioni Unite della Cassazione)per lo stesso inesistente reato di trattativa mafiosa (sic) per la quale venivano condannati in primo grado alti ufficiali dei Carabinieri e il sempiterno Marcello Dell'Utri. Quale fiducia si può avere in una magistratura che consente ciò è neanche chiede scusa?

Chissà se nell'invocare la riforma del sistema elettorale del CSM il suo pensiero sia corso al fatto che uno dei principali responsabili di quell'inchiesta sieda al CSM, parliamo di Nino Di Matteo, bersaglio anche delle critiche puntute di Ilda Boccassini per le disattenzioni (sue e dei colleghi) nelle inchieste sulla strage di Borsellino e della sua scorta che costarono venti anni di galera a degli innocenti* e ciò nonostante assurto incongruamente a esemplare modello d'inquirente.

Piuttosto sia consentito nutrire qualche dubbio sul rimedio a tale ferita che Mattarella individua nel pieno recupero dell'autonomia della funzione legislativa da parte del Parlamento. Ce lo vorremmo augurare ma il degrado culturale che ormai dilaga nella classe politica, l'incapacità culturale di percepire i principi di diritto, rendono disperata l'impresa. Soprattutto a sinistra non si perde occasione di manifestare un'assoluta ignoranza e disprezzo del garantismo laddove esso viene sbandierato dalla destra a intermittenza quando quest'ultima sia bersaglio d'indagini giudiziarie.

Proprio l'assoluta inadeguatezza della classe politica e dunque del legislatore ha consentito alla magistratura d'impadronirsi della giustizia sia invadendo le istituzioni dello Stato (i ministeri in mano a magistrati e consiglieri di Stato) sia soprattutto modificando la legislazione con le sentenze.

Quella che viene definita l'interpretazione del diritto, demandata per legge alle corti di legittimità (Corte Costituzionale e Corte di Cassazione prima, corti europee di Giustizia e dei Diritti Umani poi) ha oggi un ruolo prevalente anche come produzione di leggi tramite diverse, spesso soggettive ed evolutive riconfigurazioni del contenuto delle norme.

Si è giunti al paradosso che anche tramite duri conflitti istituzionali prima tra le corti italiane (la guerra delle due corti tra consulta e cassazione) e poi tra queste e le Corti di Strasburgo e Lussemburgo, i giudici si sono spartiti i reciproci settori d'influenza, come al tempo del Giappone degli Shogun o dell'Europa degli imperi centrali.

Intendiamoci, uno sviluppo forse ineluttabile che ha fornito anche esiti positivi come, in Italia, le sentenze della Corte Costituzionale in tema di testamento biologico, diritti di genere e tutela dei diritti soggettivi ma che ha finito per essere una sorta di grande ombrello protettivo al riparo del quale la magistratura più spregiudicata ha potuto agire indisturbata per perseguire fini che con la giustizia non hanno nulla a che fare.

Per tali motivi la giustizia andrà ricostruita dalla base insieme alla politica. Come avvocati, infine fa piacere che per la prima volta Mattarella chiami insieme alla migliore magistratura anche l'avvocatura a partecipare alla ricostruzione. Vedremo poi di esaminare i modi con cui tale collaborazione potrà svilupparsi. L'avvocatura (lo abbiamo scritto e lo ripetiamo) deve porsi come forza radicale e intellettuale a vocazione riformista individuando in se stessa le forze migliori, compiendo una necessaria opera di rigenerazione etica (prima che ce la impongano gli altri) e costituire nuove forme di associazione oltre quelle tradizionali e corporative, troppo ripiegate su se stesse e sui propri stanchi riti e slogan d'ordinanza, che sappiano dialogare in forme nuove con il mondo della giustizia e della politica. Vedremo se sarà possibile trovare in qualche piccolo giornale di opinione la spinta per iniziare.