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di Domenico Alessandro De Rossi*


nuovogiornalenazionale.com, 7 febbraio 2022

 

Specialmente dopo le affermazioni del Presidente Sergio Mattarella, nonostante le difficoltà che il Governo affronterà nel percorso sino alle prossime elezioni, siamo autorizzati a ben sperare per quanto riguarda il promesso "risanamento" della giustizia nel nostro Paese. L'annosa questione non è solo nelle mani di Marta Cartabia al ministero della Giustizia ma in generale in tutto il Parlamento.

Non va comunque dimenticato che in più occasioni la Guardasigilli ha rivelato una spiccata sensibilità verso temi ancora poco popolari riguardanti i problemi non risolti dell'esecuzione penale, delle carceri, dei diritti umani e delle continue violenze e morti. Non per caso tra i primi atti anche simbolici compiuti dalla Ministra appena insediata, rimane significativo l'incontro con il Garante nazionale dei Diritti delle persone private della libertà personale, prof. Mauro Palma. Persona di cui si parla insistentemente in questi giorni che potrebbe prendere il posto di Bernardo Petralia attuale Capo del Dap che sarebbe in procinto di ritirarsi dall'incarico. Speriamo bene.

Il Garante nazionale alla guida del Dipartimento lascerebbe ben sperare circa le riforme che da anni sono attese. Sarebbe perciò auspicabile che tra le varie riforme emergesse una riflessione su cosa significhi oggi (per il domani) la "funzione-della-detenzione" e delle sue finalità più estese.

Un ragionamento connesso anche ai problemi dell'edilizia penitenziaria, non solo con la presenza di magistrati e giuristi presenti nel ministero, ma soprattutto avvalendosi dell'apporto di un più largo perimetro culturale e professionale che vive nel contatto quotidiano con la reclusione. Un confronto franco sganciato dalle rigide maglie correntizie presenti nella magistratura, per assimilare senza pregiudizi nuovi apporti culturali e multidisciplinari: dall'avvocatura alla sociologia, dalle neuroscienze all'architettura, dall'economia alla scuola, fino anche alla stessa imprenditoria che dovrebbe poter svolgere un ruolo importante ai fini della drastica riduzione della recidiva.

Da tempo il Cesp, il Centro Europeo Studi Penitenziari, avvalendosi di un approccio metodologico sistemico affronta work in progress non solo con i suoi iscritti e associati una riflessione aperta verso un progetto dinamico europeo in costante evoluzione. Una concezione decisamente "in divenire" in cui molte delle problematiche plurifunzionali che convergono sulla questione dell'esecuzione penale richiedono soluzioni nuove intorno al concetto stesso della detenzione, della sua funzione e del suo significato validi per i prossimi decenni. L'errata concentrazione di obsoleti megacontenitori di gabbie per umani, quali sono le carceri italiane oggi, deve essere sostituita con graduali sostituzioni di centri di detenzione, di formazione e lavoro: sistemi opportunamente dimensionati e ripartiti mediante consapevoli scelte al servizio e integrazione delle realtà urbane e territoriali.

Il futuro della riflessione sull'esecuzione della condanna e del suo significato deve essere finalizzato in primo luogo alla drastica riduzione della recidiva, proponendo assetti organizzativi destinati a supportare le istituzioni, le organizzazioni pubbliche trasformandosi in più utili servizi per il complesso territoriale. Insomma quella che a me piace definire come il "sequestro" del tempo è una condanna da trasformare in piena opportunità nel rispetto del dettato Costituzionale, nella civile finalità di recupero del detenuto come una opportunità e occasione. Recuperando il concetto ormai diffuso di resilienza.

Giova qui ricordare quanto il Capo del Dap, Bernardo Petralia una settimana fa, nell'intervenire a un convegno sulle carceri, nel parlare della sua esperienza si è detto "addolorato e intristito. Non posso dire - ha affermato - di essere soddisfatto di aver raggiunto degli obiettivi e nemmeno di vedere l'orizzonte degli obiettivi a stretto passo. Io visitato due istituti a settimana, l'ho fatto anche nel periodo più funesto del Covid l'anno scorso, e delle volte ho difficoltà a dormire per quello che vedo: detenuti che parlano di acqua calda e di un water come fossero dei lussi". Insomma il forzato esproprio del tempo che più non appartiene al detenuto, da condanna e surrettizia vendetta deve cambiare nella civile opportunità di recupero e reinserimento nel corpo sociale.

Inutile parlare ora di "architettura" penitenziaria come in molti (accademicamente) si dilettano se prima la politica non ridefinisce, innanzi tutto a se stessa, la funzione della carcerazione e dell'uso più appropriato del tempo sequestrato al condannato. Gli architetti attendano decisioni che sono molto più in alto di loro. Per ora pensino, se possono, all'acqua calda, ai sanitari e a riparare i tetti. Parlare di nuove carceri e progettare marziani mega istituti (Nola) in assenza di un prioritario assetto organizzativo e culturale è inutile.

In mancanza di indirizzi seri a monte, il parlare di architettura penitenziaria oggi sembra essere solo una surrettizia auto promozione per un ticket nel futuro grande "affaire" di costruzione di nuovi edifici. Ingannando se stesso, il dibattito attuale nei vari tavoli istituzionali si ostina a parlare dell'architettura penitenziaria, mantenendosi scrupolosamente fuori dalla più semplice discussione riguardante più modestamente l'edilizia che riguarda impianti mal funzionanti, tetti rotti, arredi in rovina, spazi inadeguati, laboratori inesistenti, celle sottodimensionate, infermerie fatiscenti, assenza di spazi per la spiritualità e crescita interiore.

Si torni ai diritti umani trasformando le attuali celle per animali in alloggi civili dove l'uomo che ha sbagliato elabori il suo errore ritrovando l'occasione civile per riscattarsi e per rientrare nella società.

 

*Centro Europeo Studi Penitenziari