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La Stampa, 23 giugno 2010

Un rapporto di Amnesty International appena uscito e dedicato alla situazione dei diritti umani in Libia permette di capire meglio la situazione di uno dei “partner” prediletti dell’Italia, assai coccolato per il suo ruolo nella lotta all’immigrazione clandestina e per molteplici alleanze economiche. Malgrado il colonnello Gheddafi nelle sue visite italiane ostenti liberalità il rapporto, intitolato ‘La Libia di domani: quale speranza per i diritti umani?’, denuncia abitudini assai poco liberali come il ricorso alle frustate per punire le adultere, la detenzione a tempo indeterminato e le violenze nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati così come i casi irrisolti di sparizioni forzate di dissidenti.
Tutto questo nella totale impunità interna e nella assordante indifferenza degli “amici”. In particolare, Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International, appunta l’attenzione sull’Agenzia per la sicurezza interna (Asi), che pare avere “poteri incontrastati di arrestare, imprigionare e interrogare persone sospettate di essere dissidenti o di svolgere attività legate al terrorismo. Queste persone possono essere trattenute senza contatti con l’esterno per lunghi periodi di tempo, torturate e private dell’assistenza legale”.
Ricorda un po’ Guantamano, e non è un confronto edificante e nemmeno una scusa. Centinaia di persone in Libia restano in prigione anche dopo la fine della pena o dopo essere state assolte da un giudice. Amnesty cita il caso di Mahmut Hamed Matar, in prigione dal 1990. Dopo 12 anni di carcere in attesa di giudizio, è stato condannato all’ergastolo al termine di un processo gravemente irregolare, in cui sono state utilizzate come prove dichiarazioni rese sotto tortura. Suo fratello, Jaballah Hamed Matar, un dissidente, è stato vittima di sparizione forzata nel 1990 al Cairo, Egitto. Le autorità libiche non hanno fatto nulla per indagare sulla sua scomparsa. Nel corso della sua visita alla prigione di Jdeida, nel maggio 2009, Amnesty International ha incontrato sei donne condannate per “zina” (relazione sessuale tra un uomo e una donna al di fuori di un matrimonio legale). Quattro erano state condannate a periodi di carcere tra tre e quattro anni, le altre due a 100 frustate. Altre 32 donne erano in attesa del processo per la medesima imputazione. Mouna è stata arrestata nel dicembre 2008 dopo aver partorito. La direzione ospedaliera del Centro medico di Tripoli avrebbe informato la polizia che c’era stato un parto al di fuori del matrimonio. Mouna è stata arrestata mentre era ancora ricoverata, sottoposta a un breve processo e condannata a 100 frustate.
Naturalmente il grande alibi è la mitica guerra al terrore. All’indomani degli attacchi dell’11 settembre 2001 negli Usa, le autorità libiche hanno fatto ricorso a questo argomento per giustificare la detenzione arbitraria di centinaia di persone considerate voci critiche o una minaccia alla sicurezza nazionale. E gli Usa hanno volentieri rinviato in Libia alcuni cittadini libici, precedentemente detenuti a Guantánamo o in carceri segrete. Tra questi, Ibn Al Sheikh Al Libi, che si sarebbe poi suicidato nel 2009 nella prigione di Abu Salim. Nessun particolare delle indagini condotte sulla sua morte è stato reso noto, qui la privacy funziona a meraviglia.
I cittadini libici sospettati di attività legate al terrorismo rimandati nel paese continuano a rischiare la detenzione senza contatti con l’esterno, la tortura e processi gravemente irregolari. Amnesty International, prosegue il rapporto, ha riscontrato un modesto aumento della flessibilità delle autorità libiche nei confronti di coloro che le criticano. Dalla fine del giugno 2008, hanno permesso lo svolgimento delle proteste da parte delle famiglie dei prigionieri uccisi nel 1996 ad Abu Salim, il carcere in cui si ritiene che fino 1200 detenuti siano stati vittime di esecuzioni extragiudiziali. Gli attivisti per i diritti umani, tuttavia, subiscono ancora persecuzioni e arresti mentre le autorità continuano a non rispondere alla loro richiesta di verità e giustizia. Negli ultimi due anni, la Libia ha rilasciato una quindicina di prigionieri di coscienza ma non li ha risarciti per le violazioni subite nè ha riformato le draconiane norme che limitano severamente i diritti alla libertà d’espressione e di associazione.
E in quanto ai migranti, rifugiati e richiedenti asilo, in maggior parte provenienti dall’Africa e in cerca di salvezza in Italia e in altri paesi dell’Unione europea che volentieri li consegnano all’amico Gheddafi, ebbe in Libia trovano ad aspettarli arresti, detenzioni a tempo indeterminato e violenze. Il Paese infatti non ha firmato la Convenzione delle Nazioni Unite sullo status di rifugiato dl 1951 e ha le mani libere. Per eliminare l’ultimo possibile testimone all’inizio di giugno le autorità libiche hanno comunicato all’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati che doveva lasciare il Paese.
La pena di morte continua a essere usata in modo massiccio, in particolar modo nei confronti dei cittadini stranieri, e può essere applicata per un’ampia gamma di reati, comprese attività che corrispondono al pacifico esercizio dei diritti alla libertà d’espressione e d’associazione. Il direttore generale della polizia giudiziaria ha informato Amnesty International che, nel maggio 2009, i prigionieri nei bracci della morte erano 506, circa la metà dei quali cittadini stranieri.
“I partner internazionali della Libia non possono ignorare l’agghiacciante situazione dei diritti umani in nome dei loro interessi nazionali - dice Hassiba Hadj Sahraoui. Come membro della comunità internazionale, la Libia ha la responsabilità di rispettare gli obblighi in materia di diritti umani e occuparsi delle violazioni anziché nasconderle. La contraddizione di un Paese che contemporaneamente fa parte del Consiglio Onu dei diritti umani e rifiuta le visite dei suoi esperti indipendenti sui diritti umani, è stridente.
Il rapporto diffuso oggi e aggiornato fino a metà maggio 2010, è basato in parte su una visita di Amnesty International in Libia, la prima in cinque anni, durata una settimana nel maggio 2009. La visita era stata preceduta da lunghi negoziati con le autorità di Tripoli. Amnesty International aveva chiesto di visitare non solo la capitale ma anche le città del Sud-est e dell’Est del paese. Alla fine, l’itinerario è stato limitato a Tripoli e a una breve visita a Misratah.
La visita è stata facilitata dalla Fondazione internazionale Gheddafi per la beneficienza e lo sviluppo, un organismo diretto da Saif al-Islam al-Gheddafi (figlio del leader libico, il colonnello Mùammar al-Gheddafi) che ha agevolato l’accesso di Amnesty International in alcuni centri di detenzione e collaborato ad assicurare il rilascio di alcuni detenuti. I delegati di Amnesty International hanno discusso con alti funzionari governativi le preoccupazioni di lunga data per le violazioni dei diritti umani, hanno incontrato esponenti delle istituzioni della società civile e ottenuto di visitare alcuni prigionieri detenuti per motivi di sicurezza o in quanto migranti irregolari. Le autorità competenti per la sicurezza hanno impedito ai delegati di Amnesty International di recarsi a Bengasi, come invece previsto, per incontrare i familiari di vittime di sparizioni forzate e hanno negato loro di visitare svariati prigionieri. Nell’aprile 2010, Amnesty International ha inviato le sue conclusioni alle autorità libiche dicendosi disponibile a integrarle con eventuali osservazioni da parte loro, ma non ha ricevuto alcuna risposta.