sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

 

di Dimitri Buffa

L’Opinione, 30 luglio 2010

La vendetta sociale e l’indifferenza alla vita dei carcerati ci costa 2 miliardi e mezzo di euro l’anno come media degli ultimi dieci. Insomma come tutte le discariche abusive anche quella della società del perbenismo e dell’ipocrisia ha un costo ambientale elevatissimo. Oltre ad essere criminale e crimonogena di per sé. Una ricerca del Centro Studi di Ristretti Orizzonti ha realizzato recentemente dei calcoli in base ai dati forniti dalla Ragioneria Generale dello Stato, dalla Corte dei Conti e dal Ministero della Giustizia.
Ebbene, non rieducare la gente o comportarsi di fatto come quell’onorevole leghista che, quando interviene in aula alla Camera Rita Bernardini dei radicali italiani per snocciolare le macabre statistiche dei suicidi, si lascia sfuggire frasi come “un delinquente di meno”, sta diventando uno spreco economico che specie di questi tempi non possiamo più permetterci. Dal 2000 ad oggi il costo medio annuo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria è stato di 2 miliardi e mezzo di euro. Come un ministero di non piccole proporzioni. Nel 2008 la spesa, pari a quasi 3 miliardi , ha segnato il massimo storico. Nel 2010, per effetto dei tagli imposti dalle finanziarie del 2008 e del 2009, e della sottrazione di 80 milioni , relativi all’assistenza sanitaria dei detenuti divenuta di competenza del ministero della Salute, la spesa è scesa al minimo storico, con 2 miliardi e 204 milioni di euro. Che comunque è sempre troppo visti i risultati. Più dell’80% dei costi sono relativi al personale (polizia penitenziaria, amministrativi, dirigenti, educatori), il 13% al mantenimento dei detenuti (corredo, vitto, cure sanitarie, istruzione, assistenza sociale), il 4% è stato speso per la manutenzione delle carceri e il 3% per il loro funzionamento (energia elettrica, acqua). A quanto ammonta quindi il costo medio giornaliero di ogni detenuto? Dal 2000 ad oggi è stato di 138 euro. Il costo giornaliero di ogni singolo detenuto è determinato da due elementi: la somma a disposizione dell’amministrazione penitenziaria e il numero medio dei detenuti presenti in un dato anno. Dal 2007 ad oggi i detenuti sono aumentati del 50% e le risorse del Dap sono diminuite del 25%, quindi più persone ci sono in carcere e teoricamente, e apparentemente, meno costerà il “mantenimento” di ciascuno di loro. Ma si tratta in questo ultimo caso delle statistiche alla Totò: “io mangio un pollo, tu niente, quindi ne mangiamo mezzo a testa”.
Negli ultimi 30 mesi i detenuti sono aumentati di quasi 30 mila unità: dai 39.005 dell’1 gennaio 2007 ai 68.258 del 30 giugno 2010, ma la spesa media giornaliera procapite è scesa a 113 euro (nel 2007 era di 198,4 euro, nel 2008 di 152,1 euro e nel 2009 di 121,3 euro). Vediamo ora come si scompongono questi attuali 113 euro: 95,34 (pari all’85% del totale) servono per pagare il personale; 7,36 (6% del totale) sono spesi per il cibo, l’igiene, l’assistenza e l’istruzione dei detenuti; 5,60 (5% del totale) per la manutenzione delle carceri; 4,74 (4% del totale) per il funzionamento delle carceri elettricità, acqua). Escludendo i costi per il personale penitenziario e per l’assistenza sanitaria, che è diventata di competenza del ministero della Salute, nel 2010 la spesa complessiva per il “mantenimento” dei detenuti è risultata pari a 321 milioni e 691 e 037 euro: quindi ogni detenuto ha avuto a disposizione beni e servizi per un ammontare di 13 euro al giorno.
Tra le “voci di spesa” i pasti rappresentano la maggiore (3,95 euro al giorno), seguita dai costi di funzionamento delle carceri (acqua, luce, energia elettrica, gas e telefoni, pulizia locali, riscaldamento), pari a 3,6 euro al giorno, e dalle “mercedi dei lavoranti” (cioè i compensi per i detenuti addetti alle pulizie, alle cucine, alla manutenzione ordinaria), che concorrono per 2,24 euro al giorno. Il fabbisogno stimato per il funzionamento dei cosiddetti “servizi domestici” sarebbe di 85 milioni e l’anno, ma per il 2010 ne sono stati stanziati soltanto 54: i pochi detenuti che lavorano si sono visti ridurre gli orari e, di conseguenza, nelle carceri domina la sporcizia e l’incuria. Per quanto riguarda la “rieducazione” la spesa è a livelli irrisori: nel “trattamento della personalità ed assistenza psicologica” vengono investiti 8 centesimi al giorno. Appena maggiore il costo sostenuto per le “attività scolastiche, culturali, ricreative, sportive”, pari a 11 centesimi al giorno per ogni detenuto.
Ciò premesso, la ricaduta sociale di questi sprechi è calcolabile nel doppio di questi 2 e miliardi e mezzo annui spesi per tenere questa gente in queste condizioni. Il carcere così concepito è un ente inutile. Il surplus di spesa è quello dei danni provocati da una recidiva che per chi non usufruisce di misure alternative è pari al 68% laddove per chi, fortunato, invece ne usufruisca si ferma ben prima del 20% (confronta lo studio dell’onorevole Luigi Manconi).
Insomma la cosa è semplice: se invece di essere forcaioli alla Di Pietro o qualunquisti-menefreghisti come molti all’interno della Lega Nord, fossimo un paese civile come quelli europei, specie del Nord Europa, dove la filosofia carceraria è che “dentro ci stanno solo quelli pericolosi” (mettiamo i condannati definitivi del 41 bis per mafia, gli omicidi, i grandi trafficanti di droga e armi e i politici corrotti di un certo livello) e che tutti gli altri invece possono, anzi devono, essere affidati al lavoro esterno, ai servizi sociali o al limite, come i tossicodipendenti, a comunità di recupero dove imparare un lavoro e con parte del guadagno risarcire eventualmente le vittime del reato, si potrebbe risparmiare da subito oltre un miliardo di euro l’anno.
E si potrebbe creare un circolo virtuoso in cui, invece che costruire inutili nuove carceri che poi non si aprono fondamentalmente per mancanza di personale e di soldi per pagarlo, senza parlare degli scandali che stanno dietro a questi lavori (“carceri d’oro” docet), sarebbe possibile “ricostruire” cinque o diecimila nuovi individui sociali l’anno. Un recupero che conviene alla società. Visto che il paragone con la “monnezza” va forte si potrebbe dire che è meglio un recupero differenziato dei detenuti che ammassarli tutti nelle stesse discariche. Così come si è capito ormai da tempo che la raccolta differenziata dei rifiuti è meglio delle discariche della camorra.