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di Dina Galano

Terra, 6 agosto 2010

I dati dell’amministrazione penitenziaria sono impietosi: superata la soglia dei 68mila detenuti. In realtà la popolazione reclusa è perfino più numerosa. Troppi i condannati per droga e gli stranieri. Al 31 luglio 2010 i detenuti nei penitenziari italiani risultano 68.121. La capienza regolamentare delle strutture, invece, è ferma a 44.576. Esiste un buon margine entro il quale la situazione è considerata “tollerabile”, ma il 2010 ha ampiamente superato anche questa soglia. Le carceri scoppiano, come denunciano ormai ininterrottamente tutti coloro che, per diverse ragioni, ne sono a contatto. Ma, se interrogati, nessuno sa fornire dati precisi. Quelli sopra citati, infatti, sono gli unici disponibili e di fonte ufficiale: al di fuori del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, il mistero è fitto.
Secondo Ristretti Orizzonti “la popolazione detenuta in realtà ha raggiunto le 70mila unità” e l’equivoco si spiega così: “Da alcuni mesi è cambiato il metodo di rilevazione. Fino al 2009, infatti, la conta che si aveva a riferimento era quella di mezzanotte. Ora, invece, si computano i detenuti presenti in carcere alle ore 17:00, con conseguente esclusione di coloro che hanno lasciato provvisoriamente la cella perché beneficiari di permessi premio o, ancora, perché impegnati in lavoro all’esterno”.
Se a questi si aggiungono i minorenni, reclusi negli Ipm, ecco che si arriva a quota 70mila. La motivazione offerta dal Dap per il cambio di strategia statistica si limita alla “opportunità organizzativa”.
Fatto sta che la fotografia resa, già in sé allarmante, è soltanto il negativo di una situazione di dimensioni più estese. Il Dap, guidato dal Franco Ionta, fedelissimo di Alfano, è l’unica istituzione a poter accedere alla banca dati degli istituti penitenziari. Prima della sua nomina, funzionava diversamente: i direttori dei penitenziari potevano sapere, ad esempio, quanti detenuti erano presenti in altre strutture, con garanzie di trasparenza che si riflettevano sul buon funzionamento della macchina interna. Poliziotti, personale amministrativo e volontari del carcere potevano tarare i loro interventi e agire con consapevolezza. Alla rete si è preferito l’accentramento che, tuttavia, non ha finora impedito di arginare l’emergenza che è sotto gli occhi di tutti.
Non solo per il numero record di suicidi, 39 in soli sei mesi, ma per le condizioni di alcuni istituti dove al sovraffollamento si somma la promiscuità dei reclusi, problematiche sociali e nazionalità molto diverse tra loro. Secondo gli stessi dati ufficiali, infatti, il 40 per cento della popolazione detenuta è straniera, oltre un terzo è tossicodipendente e quasi la metà passa dal carcere per ragioni di custodia cautelare, quando ancora vale la presunzione di non colpevolezza. I condannati definitivi, poi, sono soltanto 37.219 mentre in 13.987 aspettano in cella la sentenza di primo grado. “La promiscuità rispetto alla tipologia di reato commesso”, rileva Leo Beneduci del sindacato di polizia penitenziaria Osapp, “non agevola il processo di recupero del detenuto né l’attività di custodia degli agenti”.
Accade così che un tossicodipendente venga a contatto con chi si è macchiato di reati molto più gravi oppure, come hanno denunciato dal carcere di Pesaro, che le detenute siano controllate da agenti maschi per carenze di organico nella struttura. Dei 39.800 poliziotti in servizio, soltanto 20mila sono effettivamente impegnati nell’attività di custodia a contatto diretto con i reclusi. “In condizioni normali significa un agente ogni dieci detenuti”, spiega Beneduci precisando che “in periodi festivi come agosto e nei servizi notturni il rapporto sale a uno ogni 50, o anche 100”.
Se serve un piano di investimenti nel carcere, perfino la polizia non crede che la risposta sia rappresentata dal piano di edilizia straordinaria promosso dal Guardasigilli Alfano. “Con questa politica”, avverte il segretario dell’Osapp, “viene tradito il principio per cui il carcere serve perché ci sia sempre meno carcere”.