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di Francesca Marretta

Il Sole 24 Ore, 29 agosto 2010

Vivere dietro le sbarre è dura. Eppure molte delle recluse incontrate nelle sole due strutture carcerarie femminili dell’Afghanistan, i penitenziari di Herat e Kabul, si sentono più libere “dentro” che fuori. Per rendersene conto basta ascoltare le ragioni per cui sono state condannate.
A diciannove anni Gulsun è in carcere a Herat. Ha la carnagione scura e grandi occhi neri. Racconta di essere scappata da trafficanti del Baluchistan, cui era stata venduta da suo marito per l’equivalente di quattromila dollari. La polizia l’ha scovata durante la fuga. Il marito l’ha fatta arrestare dicendo che aveva abbandonato il tetto famigliare. Gulsun gli era stata data in sposa quando aveva dodici anni. In un’altra cella c’è Sabar, ventotto, considerata una poco di buono per quel carattere sfrontato e per aver concepito un figlio dopo il divorzio dal marito. I vicini l’hanno denunciata alla polizia perché sapevano del suo debole per il vino (che si acquista sottobanco in Afghanistan). Trovato il corpo del reato a casa sua, una bottiglia, Sabar è stata spedita in carcere per due anni insieme a sua figlia Nasri di un anno e sei mesi.
Altri casi in cui ci si imbatte nel carcere femminile riguardano donne che sostengono di essere state accusate di omicidio per coprire uomini di famiglia, autori dei delitti. O storie come quella dell’anziana Leyla Obeid, intorno ai 70 anni, in carcere per essersi presa la colpa di un omicidio commesso da suo figlio Juneil. Quello di suo marito, che aveva abusato della giovane Aziza, moglie del ventenne Juneil.
Leyla si rammarica solo che il ragazzo sia finito comunque in carcere in quanto complice. Hanno sotterrato insieme il cadavere, poi ritrovato dalla polizia, racconta la donna dietro spessi occhiali da vista, da cui sorride con una punta di soddisfazione. Prima di finire in carcere non aveva mai visto una sala con i computer. Peccato si senta troppo vecchia e illetterata per cimentarsi in qualche sessione di studio. Un’opportunità che invece non si lascia sfuggire Arizo Muhibi, che a diciannove anni sogna di sposare il ragazzo di Herat con cui è fuggita da Kabul. Questa è la ragione per cui è in carcere da un paio di mesi. L’ha denunciata la famiglia. Ma secondo Fahima e Rahimi Jusufi, sorelle di 22 e 23 anni, entrambe avvocato alla prima esperienza, spiegano, a quattr’occhi, che il ragazzo che Arizo sogna da dietro le sbarre, non la prenderà più in moglie. Per una afghana l’esperienza del carcere è un marchio a vita. Le ex detenute finiscono in molti casi per strada a chiedere l’elemosina o a prostituirsi.
A “Badam Bagh”, o “giardino delle mandorle”, carcere femminile a Kabul aperto da un paio d’anni grazie all’intervento della Cooperazione italiana, le storie sono simili: fuga da casa, divorzio, gravidanza illegittima, anche in seguito a uno stupro. Rispetto alle donne in carcere nel resto del paese, chi si trova reclusa nelle due strutture costruite in base a standard internazionali, ha di certo avuto fortuna. In carcere ci sono sale per il ricamo, si tengono corsi di informatica, di lingua Dari, d’inglese. Un diritto all’istruzione negato alle ragazze “libere” dei villaggi afghani, che continuano, a nove anni dalla fine del regime talebano, a vivere da analfabete. Le celle, a Herat (carcere finanziato da Unione Europea e Ministero della Difesa italiano, costruito dal locale Prt) come a Kabul, restano aperte. Le donne sono libere di girare per i corridoi, dove scorazzano i bambini che hanno al seguito.
Circa la metà delle 476 donne attualmente detenute in Afghanistan è accusata di “crimini morali”. Una zona grigia codificata nel codice penale afghano. Si tratta dunque di “crimini” che rimandano all’interpretazione della Sharia da parte dei giudici. Situazioni che altrove vedrebbero le recluse nella veste di vittima.
Sullo stato del sistema giustizia in Afghanistan, la vicenda di Irene, trentenne ugandese di Kampala, finita in carcere a Kabul per coinvolgimento in traffico di droga, è emblematica. “Sono andata in tribunale con una sentenza già segnata, senza attenuanti e senza vera difesa. In aula ho incontrato qualcuno che in teoria avrebbe dovuto essere il mio avvocato. Gli ho detto: come puoi rappresentarmi se non sai nulla di me o del mio caso?”. Irene si dice scioccata dalla condizione delle donne in Afghanistan e dalla mancanza di consapevolezza dei propri basilari diritti.
Quando è stata arrestata in un albergo della capitale afghana, dove si trovava da quattro giorni, aveva 4700 dollari. La metà gli sono stati rubati dalla polizia, giura. In carcere a Kabul Irene è diventata musulmana. Mostra un libro che tiene sul suo letto a castello in cella dal titolo: “I diritti delle donne nell’Islam”. È stata “la vita da sorelle” con le detenute afghane a spingerla a convertirsi. Con queste donne che definisce “persone di buon cuore, anche se per la maggior parte ignoranti”, Irene non ha avuto alcun problema di razzismo, aggiunge. Resterà in carcere a Kabul forse per 15 anni. Quello che la terrorizza è che qualcuno possa gettare via la chiave senza che nessuno sappia nulla. “Può succedere in questo posto” dice Irene, mentre la voce dal tono basso e austero s’incrina e una lacrima le riga il volto.