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Gazzetta del Mezzogiorno, 13 settembre 2010

L’emergenza carcere? È figlia della perduta umanità e della perduta attenzione. È figlia, soprattutto, della disattenzione e di una gestione opinabile. Non le manda a dire Donato Montinaro, segretario regionale della Uil Penitenziari e ispettore di polizia penitenziaria nella stessa casa circondariale di Lecce.
Segretario, cosa succede nel carcere di Lecce? Dopo quello di Caltagirone, è l’istituto penitenziario più sovraffollato d’Italia.

“La struttura di Borgo San Nicola, che fino a tre-quattro anni fa era considerata il fiore all’occhiello dell’Amministrazione penitenziaria, rappresenta in tutta la sua drammaticità lo stato fallimentare del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria italiana e delle politiche governative in materia di sicurezza”.

In che condizioni vivono i detenuti?

“Guardi, io faccio il sindacalista per passione e lo faccio per i miei colleghi, non sono il garante dei diritti delle persone private della libertà”.

Allora, qual è la situazione dei poliziotti in servizio a Borgo San Nicola?

“Il 30 agosto erano detenute 1.498 persone in un carcere costruito per 650. I poliziotti ammalati erano 140 mentre quelli avviati alla Commissione medico ospedaliera di Taranto per stress lavorativo erano 61, cioè 201 dipendenti su un organico totale di 718. C’è poi una parte di personale - circa 200 unità - che è distratta dai compiti istituzionali: oltre agli incarichi speciali (magazzino, lavanderia, ufficio servizi, immatricolazione, casellario e protocollo) ci sono altri agenti che invece di garantire sicurezza e custodia fanno i ragionieri, i segretari, gli acquisti all’esterno, gli autisti. Il risultato è che in questi giorni gli agenti penitenziari presenti nelle cinque sezioni del carcere sono 65 per turno.
Questi dati raccontano da soli tutta la verità sull’Amministrazione penitenziaria leccese. L’invivibilità del posto di lavoro, i disumani carichi di lavoro e le cattive condizioni degli ambienti di lavoro hanno sempre una paternità, o, sarebbe il caso di dire, una maternità.
Nell’ambiente penitenziario, quando non si sa cosa fare o non si vuole intervenire, si dà la colpa al “sovraffollamento” oppure alle “carenze di personale”. In una squadra di calcio quando non si vince o la squadra gioca male, si comincia con il discutere l’allenatore. Questo nell’Amministrazione penitenziaria non succede. Ed è una stranezza”.

Si spieghi meglio.

“La direzione del carcere di Lecce è da oltre 25 anni affidata alla stessa persona. Nella pubblica amministrazione le figure di vertice, ad esempio il Questore, il Prefetto, il comandante provinciale dei Carabinieri o della Guardia di Finanza, ogni tre-sei anni al massimo vengono avvicendati. Nell’Amministrazione penitenziaria, invece, ciò non succede e questo è causa di uno degli attuali mali”.

E gli altri, quali sono?

“Il penitenziario di Lecce, ad eccezione degli educatori che sono solo sette, non ha alcuna difficoltà; Lecce ha sempre avuto in dotazione le energie, le competenze e gli investimenti sufficienti per fare bene. Gli attuali problemi sono esclusivamente da ricercare nella gestione e nelle modalità di impiego delle risorse a disposizione”.

Sia più preciso.

“Guardi, è bene andarci cauti. Nell’estate del 2008, dopo ben 44 aggressioni al personale di polizia penitenziaria, denunciai, in un’attività che è propria del sindacato, le condizioni di lavoro dei poliziotti penitenziari. Ne ricavai cinque tra querele e denunce. La prego, mi faccia un’altra domanda”.

Si parla sempre più spesso dei problemi della sanità all’interno della struttura. Qual è la situazione?

“All’atto del passaggio dalla sanità penitenziaria a quella pubblica, la Uil fu l’unica organizzazione che si dichiarò contraria. Chi conosce il carcere dall’interno sa che è un mondo a parte, che non si può pensare di trattare allo stesso modo i liberi cittadini dalle persone ristrette. E questo non per voler discriminare i detenuti, ma perché i nostri utenti presentano spesso problemi diversi da quelli di un libero cittadino. Ma va detto che l’area sanitaria del carcere, oggi dipendente dalla Asl di Lecce, continua a non offrire, come in passato, grandi prove di sé. È ora che si sappia, ad esempio, che da circa un anno e mezzo gli specialisti mandati dalla Asl vengono regolarmente in istituto ma non possono effettuare le loro prestazioni ai reclusi perché non hanno al loro seguito un infermiere. Questo determina il continuo invio dei detenuti, di pomeriggio o di notte, al Pronto soccorso dell’ospedale con procedura di “estrema urgenza”, creando problemi sia alla struttura ospedaliera che al carcere. A Borgo San Nicola, infatti, bisogna reperire personale per la scorta, spesso per patologie insignificanti. La sanità ha bisogno di organizzazione all’interno dell’istituto, ha bisogno che qualcuno controlli e coordini il personale sanitario e soprattutto para-sanitario”.

Ma lei, segretario, che idea si è fatta di questa emergenza finita sui giornali e delle reazioni che ha mosso all’esterno?

“Intendo ringraziare di cuore il nuovo arcivescovo di Lecce, monsignor Domenico D’Ambrosio, il presidente del Tribunale di Sorveglianza, Elio Romano, e la Camera penale degli avvocati del Foro di Lecce, che la loro attenzione e la loro premura hanno manifestato sulle pagine della Gazzetta di Lecce. Dico che le mura del penitenziario celano alla società molte incongruenze. La Uil, pagando un alto prezzo, ha sempre cercato di aprire al nuovo, solo nell’interesse dei lavoratori. Nel carcere di Lecce, oggi, si vive molto male, si lavora molto male”.

E il rapporto con la città?

“Devo dire che si soffre molto l’isolamento dalla comunità e dalle istituzioni, locali e centrali. H problema sta in una Direzione locale arroccata nella palazzina degli uffici, completamente staccata dal carcere vero e proprio. Il problema sta ih un Provveditorato regionale che è da molto tempo una poltrona vagante. La carenza sta in un antico intreccio di reciproche benevolenze”.

E allora, di cosa c’è bisogno?

“Borgo San Nicola ha bisogno solo di ritrovare umanità e attenzione. Attenzione per i detenuti e per il personale di polizia; ha bisogno di quei direttori di una volta che risiedevano all’interno del carcere. Ha bisogno, in una parola, di ripartire”.