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di Serena Cara

www.ezrome.it, 7 ottobre 2010

Si è da poco conclusa, il 29 settembre scorso, una mostra d’arte dal titolo eloquente: Che ci faccio io qui? I bambini nelle carceri italiane. In mostra, alla Sala di Santa Rita vi erano foto toccanti e profonde che testimoniano una tematica purtroppo di grande attualità: nel nostro Paese ci sono ben 56 bambini di età inferiore ai 3 anni che vivono nei carceri con le loro mamme detenute. Questi sono i dati forniti dal capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Franco Ionta.
Bimbi non solo italiani ma anche provenienti dalla Romania, Nigeria ed ex Jugoslavia. Gli scatti in mostra sono stati realizzati da cinque fotografi professionisti: Marcello Bonfanti, Francesco Cocco, Luigi Gariglio, Mikhael Subotzky e Riccardo Venturi. Ogni fotografo con il suo stile e la sua intensità ha immortalato i bambini con le loro mamme in cinque Istituti di reclusione femminili in Italia : Roma (Rebibbia), Avellino (Bellizzi Irpino-Pozzuoli), milano (San Vittore), Torino (Lorusso e Cutugno), Venezia (Giudecca).
Una mostra unica sotto diversi aspetti. Primo fra tutti il soggetto prescelto. L’emergenza nei carceri è un tema da tempo trattato in cui si cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni di vita dei detenuti nel nostro paese. Troppo poco, invece si è parlato della presenza di bambini che sono chiusi in spazi non adatti alla loro crescita psicofisica, questo perché rappresentano per lo Stato una minoranza. L’esposizione ha voluto richiamare l’attenzione delle Istituzioni e dei parlamentari su questa problematica, ma anche sollecitare la discussione della proposta di legge a “tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori”.
La mostra, promossa dall’assessorato alle Politiche Giovanile del Comune di Roma, è nata dalla collaborazione tra Contrasto e l’associazione di volontariato “A Roma, Insieme”, che dal 1991 è impegnata nei progetti sulle politiche sociali di Roma, e dal 1994 su questa tematica. Come è potuto accadere che dei bambini così piccoli, non colpevoli, sono stati costretti a passare i loro primi anni di vita, in luoghi igienicamente ma anche psicologicamente non adatti alla loro crescita?
Facciamo un passo indietro, era il 1997 quando il ministro delle pari opportunità Angela Finocchiaro propose una legge sulle detenute madri che verrà approvata nel 2001: la legge 40/2001.
Prima di allora le madri potevano ottenere gli arresti domiciliari per pene al di sotto dei quattro anni. Se invece non vi erano i presupposti, i bambini al di sotto dei tre anni avrebbero seguito le madri dietro le sbarre. Questa decisione creò non poche perplessità, per l’ inadeguatezza degli spazi carcerari per la crescita dei minori ma anche per il doppio trauma del successivo distacco tra madre e figlio, al compimento dei tre anni di età del minore.
Sin da subito fu chiaro che la legge non risolveva affatto l’emergenza sociale, si spinse quindi verso una nuova soluzione. Si suggerì così la “detenzione domiciliare speciale”, tutt’oggi in vigore. Questa consiste nella possibilità di scontare la pena al di fuori dal carcere, per le condanne con figli di età inferiore ai dieci anni. Questo ovviamente solo se si accerta che non vi sia pericolo di recidiva. Una volta che il bambino compie il decimo anno di età la donna può godere della semilibertà, in base al comportamento tenuto, negli anni precedenti.
La Legge Finocchiaro nonostante l’importante passo, non cambiò di fatto la situazione, in quanto le donne che possono beneficiare della detenzione domiciliare speciale sono ben poche.
La Legge infatti prevede che le donne detenute possono usufruire di questa soluzione solo se hanno un domicilio privato. Come è facile immaginare le donne straniere hanno difficilmente questo requisito.
Non solo, la Legge può essere applicata a donne che hanno già avuto la condanna, mentre l’emergenza più grande risiede nel fatto, che sono moltissime le detenute incinte o con minori al seguito, che sono ancora in attesa dal primo grado del processo. A luglio è stata proposta una riforma della legge del 2001 per la realizzazione di case-famiglia protette per tutte le detenute che non possono usufruire della detenzione domiciliare speciale. Questa situazione sociale è stata mostrata negli scatti della Sala Santa Rita di Roma.
Ogni fotografo ha narrato in modo diverso la l’emergenza. Scatti fortemente realistici, mostranti la vita quotidiana di bambini che non hanno libertà. Un elemento comune: le sbarre. Questo fa nascere una riflessione: i piccoli delle foto, probabilmente hanno visto il cielo sempre schermato dalle sbarre in ferro delle celle. Questa consapevolezza, basterebbe per accelerare i tempi, intanto la mostra alla Sala Santa Rita di Roma, ha fatto la sua parte, si spera che, chi di competenza si affretti a risolvere questa problematica sociale.