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La Repubblica, 13 ottobre 2010

Si allungano nuove ombre sulla fine di Daniele Franceschi. Nello stesso giorno in cui la Procura di Lucca concede ai familiari un’autopsia di parte sul corpo del 36enne viareggino morto nel carcere francese di Grasse il 25 agosto scorso, la madre Cira Antignano torna a scontrarsi con le autorità francesi. Ieri la donna è tornata a Nizza insieme alla cugina per vedere un’ultima volta il corpo del figlio: “Me lo impediscono, dicono che Daniele non sarebbe più in condizioni di poter essere visto. È straziante, se non me lo faranno salutare mi incatenerò davanti alla prigione di Grasse”. A quasi due mesi dalla morte, la salma di Franceschi non è ancora arrivata in Italia.
I magistrati francesi avevano assicurato che sarebbe stata trasferita a Viareggio entro il 16 novembre: “Adesso - dice la Antignano - neanche questo è certo”. Sono troppi i dubbi in questa storia. Franceschi era entrato nel penitenziario di Grasse a marzo per aver esibito una carta di credito falsa in un casinò della Costa Azzurra.
Durante la detenzione inviava lettere a casa raccontando di minacce e soprusi subiti dai secondini. Riuscì a farlo anche pochi giorni prima di morire. Fin dall’inizio, però, la Procura di Grasse ha escluso la violenza fra le cause della morte. Secondo la prima autopsia, sarebbe avvenuta per infarto. Alla madre fecero vedere solo il volto: “Era gonfio, come se l’avessero picchiato”, disse. Poi si sono aggiunti due testimoni, due detenuti, un compagno e un vicino di cella: uno conferma che Franceschi si era sentito male e per tre giorni non era stato soccorso; l’altro ha dichiarato ai giudici francesi di aver assistito alla morte di Daniele. “Stava male, sono arrivati due secondini, ma non hanno saputo usare il defibrillatore. L’hanno lasciato morire”.