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Dire, 22 ottobre 2010

Poco più di nove metri quadrati con quattro letti e lavandino, qualche armadietto e mensole “costruite” con pacchetti di sigarette perché quelle vere sono vietate. Ecco com’è la cella riprodotta ed allestita da questa mattina in piazza Re Enzo, nel pieno centro di Bologna, per mostrare ai cittadini in che condizioni vivono i detenuti delle carceri italiane. L’iniziativa è promossa dalla Conferenza regionale volontariato giustizia con il sostegno del difensore civico dell’Emilia - Romagna, Daniele Lugli, e dalla Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Bologna, Vanna Minardi.
Eduard, albanese di 36 anni, è stato detenuto per due anni e mezzo nel carcere di Piacenza e per un altro anno tra Vercelli e Milano. Oggi, mentre è passato ai domiciliari e si è iscritto all’Università, racconta ai cronisti la giornata di un detenuto.
“È giusto pagare quando si sbaglia, ma così non ci sono le condizioni per recuperare una persona”, racconta, parlando di tre ore al giorno di aria e poi “sempre chiusi”, delle docce che non funzionano, della convivenza di tre persone in una cella prevista per una: “Ti si ghiaccia il cuore e ti manca l’aria”, racconta Eduard, “se uno non ha carattere poi nascono problemi psicologici”. Per quanto riguarda il sovraffollamento, Lugli spiega che all’inizio del 2010 nelle carceri regionali si denunciavano presenze “per oltre il 191% rispetto alla capienza regolamentare”. Da qui, a cascata, i problemi che anche i volontari devono affrontare tutti i giorni. “Siamo in grande difficoltà - spiega Paola Cigarini, responsabile della Conferenza - tra sovraffollamento, carenze di organico e cattiveria sociale prevale sempre di più l’idea che la pena sia esclusione ed allontanamento”.
Da un anno, racconta Cigarini, “non si riescono più a fare le feste per i bambini”, cioè “momenti in cui i figli possono abbracciare i genitori e giocare insieme”.
Inoltre cala l’attività scolastica, aggiunge Cigarini, “proprio ora che sarebbe più importante vista la percentuale di detenuti stranieri”, ma senza dimenticare che anche tra gli italiani ci sono casi di analfabetismo o dislessia. A Modena, è l’esempio di Cigarini, “tra tagli di Gelmini e sovraffollamento” da tre classi elementari si è passati ad una. Eppure “al volontariato si chiede molto”, sottolinea la responsabile della conferenza, in cella “il dentifricio o il sapone non lo dà nessuno, se non lo fanno i volontari”. E le condizioni igieniche ne risentono: “A Ravenna il sindaco ha detto che il carcere lo vorrebbe sfollato”, sottolinea Cigarini. Il paradosso è che le associazioni, assicura Cigarini, potrebbero anche fare di più “ma la struttura carceraria non è sufficientemente aperta per ricevere tutto ciò che potrebbe arrivare dall’esterno”.
Le associazioni che operano alla Dozza (“critica” la situazione del sovraffollamento, dichiara Minardi) si soffermano in particolare sulle attività scolastiche e formative: su 1.180 sono al massimo 150 i detenuti coinvolti nei corsi di giardinaggio, cucina o per muratori, racconta un volontario dell’Avoc. “Noi cerchiamo di supplire ma vediamo poche persone”, aggiunge un’altra volontaria, sono attività “non supportate dalla direzione: se si fanno, bene; altrimenti per loro è lo stesso”: anzi, “spesso il volontariato è vissuto come un impegno in più per gli agenti, perché effettivamente sono pochi”. Però un supporto serve, sottolinea il presidente dell’Avoc, Giuseppe Tibaldi, “metà dei detenuti non ha assolutamente denaro e non può neanche telefonare o scrivere a casa”.
Da Ferrara, invece, una volontaria dell’associazione “Renata di Francia” lamenta che non ci sono spazi per i corsi dedicati ai lavori manuali, quelli che tra i detenuti riscontrano l’interesse maggiore. Poi ci sono casi come quello di un detenuto italiano, di 55 anni, che in carcere ha terminato la quarta del liceo psico - pedagogico ma dovrà ripeterla: l’unico altro detenuto che doveva iscriversi alla quinta è stato trasferito e per una sola persona non si vuole insediare la commissione per l’esame di maturità, anche se il 55enne sarebbe disposto a prepararsi autonomamente. Sempre a Ferrara c’è un albanese di 29 anni, invece, che è stato trasferito da Modena dopo aver finito un corso triennale da elettricista: deve fare solo l’esame ma “è un anno e mezzo che aspetta”, riferisce la volontaria, anche se sia il carcere modenese che la scuola non pongono ostacoli.
Il difensore civico regionale, Lugli, ricorda intanto che solo il 5% dei detenuti che usifruiscono delle misure alternative commette nuovi reati, mentre per gli altri la percentuale sale al 70 - 80%. “La penosità della pena non solo è un’aggiunta non necessaria - commenta Lugli - ma anche controproducente”. Lugli, con l’occasione, ribadisce che va istituita la figura del Garante regionale e che nel frattempo è disposto a ricoprire formalmente (in realtà già “lo faccio”) anche questo ruolo, così da poter accedere liberamente ai penitenziari. Intanto, per Lugli, la cella in piazza aiuta a superare le “tante chiacchiere da bar che si sentono sulla condizione dei detenuti”. Ma c’è chi critica: “L’iniziativa offende le vittime dei reati, i cittadini onesti e le forze di Polizia”, scrive il finiano Daniele Baldini, “i delinquenti cosa vorrebbero, un grand hotel super lusso?”.