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di Emilio Randon

Il Mattino di Padova, 22 ottobre 2010

I cortili interni del carcere Due Palazzi sono sporchi da fare schifo, un immondezzaio: i detenuti ci buttano di tutto, dalle finestre delle celle volano bottiglie, fazzoletti, avanzi di cibo, scatolame ed anche roba buona, arance fresche, mele intonse. In carcere si fuma, lo fanno tutti, guardie e detenuti, è il solo posto pubblico in Italia in deroga al divieto. Le due cose si notano e forse non hanno niente in comune. Ma solo per noi visitatori, in carcere tutto ciò che accade è in relazione.
Ieri al Due Palazzi sono entrati i giornalisti, quelli che lo volevano e hanno aderito all’invito della redazione di “Ristretti Orizzonti” per una specie di seminario sulla condizione carceraria; il ministero che se ne occupa si chiama ministero di Grazia e Giustizia perché i costituenti nella loro saggezza avevano capito che non c’è giustizia senza speranza, la grazia riparatrice è atto di riconciliazione sociale che dichiara chiusa la ferita tra chi ha fatto il male e chi l’ha subito e consente di andare avanti. Al di fuori di questo c’è solo la vendetta.
Al Due Palazzi i detenuti sono 820, i posti 350. Il 30% sono tossicodipendenti e passano la giornata stesi sulle brande in uno stato di ebetudine indotto dai sedativi. Vietare il fumo e i sedativi provocherebbe una rivolta, la prima di rabbia la seconda di follia. Anche queste cose divise, ma in carcere stanno insieme.
Il carcere fa effetto a chi lo visita, figurarsi ai detenuti. Dovrebbe raccomandarsi alle scolaresche, ai maturandi, ai cercatori di verità, lo spettacolo degli uomini in gabbia è molto suggestivo e non regge il confronto con la rappresentazione che ne facciamo.
Non a caso l’articolo della Costituzione che noi italiani meno capiamo, non sentiamo e non vogliamo sentire è il 27, laddove dice che il fine della pena è la rieducazione. Capiamo altre cose, magari scritte in altri codici e in epoche morte ma questa scritta nel nostro, capiamo il diritto della società di difendersi ed isolare i delinquenti, quello delle vittime ad una giusta retribuzione, persino l’espiazione cristiana ci sta. La rieducazione no, sul delinquente pesa la maledizione del mito: delinquenti si è una volta per tutte, condizione che stupi Graziano Scialpi e gli face dire “il detenuto non è un reato con le gambe, ma un uomo che ha commesso un reato”. Scialpi, detto “Dado” per via delle vignette che faceva, è un uomo morto di cancro due mesi fa, malattia diagnosticata negli ultimi giorni dopo un anno di sofferenze. Ma nessuno gli credette.
Solo il 3 per cento di noi prova compassione per i detenuti - dice Marco Panella, che fa lo sciopero della fame contro il sovraffollamento - nel disinteresse del 97 per cento degli italiani. Ancora meno tolleriamo che escano prima, in libertà condizionata, agli arresti domiciliari, in affidamento sociale o in permesso premio - queste le tre condizioni consentite - ci pare che alleggerire la pena detentiva sia un’offesa alle vittime, un premio ai delinquenti e un incoraggiamento a farlo ancora.
Marcello Bortolato, giudice di sorveglianza, ha dimostrato il contrario, la recidività si riduce tra chi fa meno carcere. Ha smentito che i detenuti escano su una sorta di automatismo contabile: “Dietro ad ogni beneficio c’è la decisione di un giudice”, c’è il parere degli educatori, c’è un percorso che comincia dopo aver scontato un quarto della pena e che a suo fondamento trova appunto il principio del carcere come riabilitazione del detenuto. Antonio, dentro da 20 anni, spiega che lui ha fatto il bravo, avrebbe gli anni, vorrebbe anche ma nessun educatore lo ha mai esaminato per proporlo a un regime diverso di carcerazione. Senza il bollo degli educatori non si muove niente. Al Due Palazzi, fino a ieri, gli educatori erano tre per 820 detenuti. Ora li hanno portati a otto.