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La Nuova Sardegna, 24 novembre 2010

 

C’è un incredibile paradosso che accompagna l’arrivo di Antonio Iovine a Nuoro. Nel carcere di Badu ‘e Carros è rimasto infatti a lungo un altro Casalese “di spicco”: Pasquale “Bin Laden” Zagaria, soprannome conquistato per la sua abilità nello scomparire nel nulla (almeno fino al suo arresto qualche anno fa).
Fratello del super boss (e super latitante) Michele “capastorta” Zagaria, a cui la squadra mobile partenopea sta dando una caccia furiosa, Pasquale è considerato la mente imprenditoriale della cosca dei Casalesi. La “Nuova” domenica lo indicava erroneamente nella lista dei “vicini di cella” del nuovo arrivato Antonio Iovine. “Bin Laden” invece ha lasciato il penitenziario nuorese alla fine di settembre, ed è stato trasferito da Badu ‘e Carros al carcere di massima sicurezza di Cuneo.
Il suo avvocato, contattato in proposito del trasferimento, ha spiegato come il suo assistito avesse “maturato” durante la sua permanenza a Nuoro il 41 - bis. E che, non essendo la struttura nuorese attrezzata per ospitare i detenuti in 41 - bis, è stato immediatamente trasferito nel carcere di Cuneo. Rimane dunque da capire come mai un carcere che non era in grado di ospitare a fine settembre il “comprimario” Bin Laden Zagaria sia invece pronto ad accogliere nemmeno due mesi dopo il super boss Antonio Iovine. Senza che nel mentre non sia stato fatto nessun particolare lavoro di adeguamento, né, men che mai, nessun potenziamento dello striminzito organico.

Il Governatore Cappellacci: una pena inflitta all’isola

“La sensazione è che, ancora una volta, sia la Sardegna a scontare quella pena, che invece dovrebbe essere inflitta solo ai criminali”. Questo uno dei passaggi della dura lettera inviata dal governatore Ugo Cappellacci al ministro Angelino Alfano per contestare il trasferimento del boss. Cappellacci si fa interprete del “netto dissenso suscitato dalla notizia dell’arrivo di Iovine”.
“Quello dell’opinione pubblica - scrive nella lettera inviata al ministro Alfano - di tutta la classe politica sarda e perfino della Chiesa è un coro unanime, che non può restare inascoltato. Alla base del dissenso non ci sono solo ragioni di carattere logistico, ma ben più pregnanti motivazioni di carattere politico, sociale, storico e anche culturale”. “La Sardegna - continua il governatore Cappellacci - ha già dato il suo contributo allo Stato Italiano, ospitando terroristi, mafiosi e altri pericolosi criminali”.
Per Cappellacci insomma il trasferimento di Antonio Iovine in Sardegna è: “Un pessimo segnale, aggravato dalla circostanza che il nostro Popolo aspetta ancora di avere delle risposte concrete e positive da parte dello Stato: molte di esse sono attese da decenni e sono da tempo anche sul tavolo dell’attuale esecutivo nazionale. Su queste ultime non su sgraditi trasferimenti, chiediamo che si manifesti tutta la celerità e la determinazione del Governo”. Infine il presidente chiede un immediato ripensamento. La sua contrarietà è condivisa dal deputato dell’Italia dei Valori Federico Palomba, che ieri ha presentato in Commissione giustizia un’interrogazione per il ministro. A Nuoro intanto la levata di scudi è bipartisan dopo la furente reazione del sindaco, e la “frecciata” del vescovo.
Ieri i consiglieri comunali del Pd Marco Sarria e Tore Fenu hanno presentato un documento che, se il consiglio comunale l’approverà, impegnerà sindaco e giunta a esercitare pressioni sull’amministrazione penitenziaria e sul governo. Dall’opposizione, Pierluigi Saiu del Pdl condivide e aggiunge “al massimo possiamo chiedere che a Badu ‘e Carros vengano ospitati tutti quei detenuti sardi che ancora, si trovano reclusi in strutture carcerarie della penisola. Di Iovine possiamo fare a meno”. Parole condivise dal segretario dell’Upc Antonio Satta: “Lo Stato si ricorda di questo territorio solo quando deve inviare efferati criminali. Siamo considerati come una colonia”. Critico l’intervento di Giorgio Mustaro, segretario della Funzione pubblica della Cisl: “L’arrivo di Iovine è avvenuto nella massima tranquillità. La nostra reazione non è stata sufficiente, perché non è andata al di la di un intervento mediatico. Avremmo dovuto picchettare l’ingresso, invece che parlare”.