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Affari Italiani, 25 maggio 2010

“Il Gambero nero” (Derive & Approdi), è un libro che parla di cucina. In prigione. Un ricettario per raccontare la vita quotidiana dei detenuti del carcere piemontese di Fossano. L’ha scritto Michele Marziani, giornalista free-lance, assieme al fotografo Davide Dutto, che ha curato la parte iconografica. Era il 2005.

Marziani, com’è nata l’idea del libro?
“L’idea è nata per caso. “Il Gambero nero” è un libro fotografico sul carcere di Fossano, nato dalla collaborazione col fotografo Davide Dutto, che stava già tenendo lì dei corsi di fotografia. Parlando al telefono, Davide mi ha raccontato una cosa che non sapevo: in quasi tutti i penitenziari d’Italia, i detenuti la sera non mangiano i pasti forniti dall’amministrazione carceraria (che anzi, si guarda bene dal passare la cena). Il carcere, infatti, a causa della mancanza di fondi, garantisce solo il pranzo, che viene preparato per tutti nella cucina centrale da alcuni carcerati, che lavorano e vengono pagati come cuochi dall’amministrazione della struttura. La sera, invece, per una sorta di accordo non scritto, i detenuti devono arrangiarsi da soli e si cucinano nelle celle con dei fornellini da campeggio”.

Come si procurano il cibo?
“In generale, quando un grossista alimentare vince la gara di appalto per provvedere al vitto del carcere, automaticamente si aggiudica anche la fornitura del sopravvitto, cioè del cibo che il detenuto può comprare con i propri soldi. Il meccanismo funziona così: il carcerato compila una sorta di lista della spesa. Il giorno dopo arriva in cella quanto ordinato. Il costo dell’acquisto viene scalato da un conto corrente, che ognuno ha in carcere. I soldi provengono o dai versamenti dei parenti oppure dallo stipendio che l’amministrazione carceraria dà per i lavori svolti nel penitenziario. Chi non ha soldi vive della solidarietà della cella (i compagni che hanno possibilità di acquistare cibo, in genere, offrono sempre qualcosa da mangiare). Altrimenti, se proprio non hanno niente, la struttura gli allunga una fetta di formaggio e dell’insalata”.

Perché succede questo? Non dovrebbero essere garantiti due pasti al giorno?
“Dovrebbe. Ma l’importo base d’asta per far mangiare un detenuto è di appena un euro al giorno, con cui pagare colazione, pranzo e cena. Ecco perché il cibo è sempre stato al centro delle rivolte carcerarie negli anni ‘70. Rappresentava una forma di autodeterminazione. Quando a un certo punto nella gestione delle carceri si è capito che per l’amministrazione della struttura era persino più conveniente che i detenuti si arrangiassero per la cena, la pratica è diventata paradossalmente tollerata e addirittura auspicata. In teoria, i fornellini da campeggio si potrebbero tenere in cella solo per prepararsi il caffè. Ma nella maggior parte delle carceri si usano per cucinarsi il pasto serale”.

Al di là del lato economico, che effetto ha sui detenuti il doversi preparare la cena?
“Cucinare ha un risvolto molteplice. Innanzitutto, si crea una mescolanza di sapori e di saperi. Di origini. Di solito, la cella è condivisa da minimo 5-6 persone. In genere, si dividono gli italiani dagli stranieri. Ma gli stranieri non sono distinti per provenienza o etnia. Di solito sono messi tutti insieme. Quindi è inevitabile che cucinare porti a convivialità e condivisione. È un bel modo di entrare in relazione. Così, da un lato, hai la durezza della situazione e un fai-da-te al limite del regolamentare, dall’altro un’occasione di scambio. La cosa affascinante è che queste persone mettono nella cucina una creatività immensa”.

In che senso?
“È la vita in carcere che è, al tempo stesso, orribile ma creativa. Lo dico anche nel libro, con ironia, ma un’ironia amara. Vedendoli preparare il pasto si potrebbe scrivere un manuale di cucina per sopravvivenza . Quello che stupisce è che il carcere è un luogo di non regole. O meglio, ci sono ma sono aggirabili. Per fare un esempio, non si possono detenere coltelli, come fanno i carcerati a tagliare il cibo? Si inventano “coltelli” alternativi: anche il coperchio della scatola dei pelati può bastare. Poi però, siccome può essere considerato un’arma in caso di ispezione, bisogna schiacciarne i bordi perché non sembri un coltello. È proprio dalla povertà di mezzi e risorse che nasce la loro creatività. Mettono nella cucina un’inventiva e una ricerca di soluzioni incredibile. Con dei risultati ottimi. Ho visto cuocere la pizza in forni fatti da due padelle sovrapposte. O preparare le lasagne con tre fornellini, una teglia sopra e carta stagnola ad avvolgerla, mentre un quarto fornello mandava aria calda da sopra attraverso un barattolo che fungeva da grill. Il fatto che il libro sia fotografico rende la cosa più interessante. Sono le immagini a dargli forza”.

Quali sono state le difficoltà nel realizzare il progetto?
“Il primo problema è stato ottenere il permesso dall’amministrazione del penitenziario di svolgere il lavoro all’interno delle celle. Avevamo già tentato in altre carceri più grandi ma il nostro ingresso non era tanto gradito, perché volevamo raccontare una cosa che sta quasi al limite della legalità. Il secondo passo è stato l’incontro con i detenuti del piccolo carcere di Fossano per spiegare il progetto. È stata per me un’esperienza dura e, allo stesso tempo, mortificante. Ero così entusiasta nello spiegare cosa avevo in mente che non mi ero accorto che a loro non interessava. Siamo stati accolti con occhiate curiose e un po’ d’ironia”.

E come siete riusciti a conquistare la loro fiducia?
“A un certo punto, il mio parlare quasi inutile si è interrotto quando ho detto loro: “Se volete proviamo questa esperienza insieme. Al peggio, avrete perso del tempo con due imbecilli”. Al che, si alza un detenuto e mi dice “Dottore, lei quella parola se la deve dire da solo. Se gliela diciamo noi rischiamo di essere puniti. Siamo in carcere!”. Allora mi sono reso conto di dove ero veramente e ho chiesto loro cosa volessero. Con sorpresa la risposta è stata: “Qui viene un sacco di gente. Fanno cucina, fanno teatro, fanno corsi vari. Ma, alla fine, se ne vanno e noi siamo sempre qua”. Ho capito che avevano bisogno di passare del tempo con qualcuno. Ecco che ci abbiamo messo un anno per un progetto, che nella mia mente, richiedeva al massimo tre pomeriggi. Per un anno siamo andati là tutti i lunedì pomeriggio. Questa è stata la nostra forza. Ne è venuto fuori un libro molto denso, proprio perché siamo stati “costretti” a stare per un anno con queste persone”.

Quindi si sono creati dei legami personali con i detenuti?

“Si è creato un legame forte, con tutti i rischi dei legami forti. Un giorno, tre persone mi hanno preso e portato in un angolo, chiedendomi un favore. Sul momento mi sono preoccupato, in testa mi stavo già immaginando tutte le richieste possibili. Alla fine mi dicono: “Avremmo bisogno di carta stagnola per il forno. Il ministero non ce la lascia più comprare e non sappiamo come trovarla”. Di nascosto, l’ho portata”.

E ora?
“Adesso il legame non c’è, perché grazie a Dio, sono usciti dal carcere. Qualcuno mi è capitato di incrociarlo ed è stato un bell’incrociarsi. Una persona ci ha perfino seguito nelle varie presentazioni del libro ma poi ci si è persi. È naturale. Le ultime persone che vuoi vedere fuori dal carcere sono proprio quelle che hai visto in carcere”.

Cosa ti è rimasto di questa esperienza?
“Fondamentalmente mi sono rimaste due cose, che pensavo già prima e che adesso sono diventate per me delle certezze. Innanzitutto, in carcere in Italia ci vanno sono gli sfigati, quelli che non hanno un bravo avvocato, quelli che non sanno bene l’italiano e non conoscono le regole dei giochi giudiziari e come aggirare le leggi. Poi ho capito che il carcere è una struttura assolutamente inutile, che, in realtà, si basa su norme diverse da quelle che dice di avere. Se si pensa di mettere delle persone in un luogo di detenzione per dargli delle regole, quello è il luogo in cui le regole sono meno rispettate. È un luogo tremendo, dove vai perché hai commesso dei reati, non voglio giustificare nessuno, ma resta un luogo terribile. Scrivere questo libro mi ha permesso di raccontare e parlare di una realtà che resta un tabù. Ho potuto parlare di carceri perfino all’Accademia del Barolo, o comunque in luoghi in cui, di solito, non si affrontano questi argomenti. Ho raccontato un mondo con cui si fa finta di non avere contatti, che si fa finta che non esista. Il carcere è come la morte. È ancora un grande tabù che si cerca di evitare”.

Clarissa Gigante, Valentina Sorci, Master in Giornalismo Iulm, Milano