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Comunicato stampa, 25 maggio 2010

In questo difficile momento le carceri risentono di un sovraffollamento senza precedenti: gli utenti sono in larga parte indigenti, psichiatrici, tossicodipendenti e stranieri privi di permesso di soggiorno. La Fp Cgil ed i lavoratori penitenziari hanno, in questi anni, condotto un’azione di denuncia costante dei danni che questo stato di cose avrebbe provocato, ma dobbiamo ammettere che si è preferito soffiare sul fuoco delle paure collettive piuttosto che approntare un organico “piano carceri” che restituisse civiltà e sicurezza al nostro paese in coerenza dell’art. 27 della Costituzione.
Oggi, ancora una volta, dobbiamo misurarci con il facile sensazionalismo del piano carceri varato dal governo Berlusconi, un impianto normativo che annuncia una serie di azioni che graveranno sugli esigui numeri degli operatori trattamentali, educatori ed assistenti sociali in primis, chiamati dalla legge a contribuire con atti ed indagini sociali rimesse alle valutazioni della Magistratura di Sorveglianza.
In questo quadro i danni della giustizia si intrecciano con le vite di quelle persone e di quelle famiglie che si trovano a vivere il dramma della carcerazione, meritata o immeritata che sia, e che non possono contare sulla speranza di un reinserimento sociale potendo essere sicuri del solo contenimento fisico in strutture sempre più affollate e ipocritamente “aperte”.
Non resta che la forza di un’idea, quella di un paese che sostiene di essere ancora in democrazia e per questo i lavoratori penitenziari chiedono di poter svolgere compiutamente il loro mandato con i mezzi ed i numeri necessari per farlo: non si può pensare ad un reinserimento sociale senza un intervento sul territorio, sulle persone e sui meccanismi di emarginazione che inevitabilmente si attivano non appena scatta la detenzione.
Il nuovo “Piano carceri” non ci convince, non ci piace nella sua ipocrisia e non ci sembra sufficiente a risolvere il sovraffollamento penitenziario che invece si nutre delle crisi sociali e dell’incremento di nuove fattispecie di reato. Per poter declinare efficacemente le azioni necessarie alla salvaguardia della sicurezza sociale ed al rispetto della civiltà serve credere davvero nell’azione risocializzante della pena e nella sua efficacia verso tutti. Auspichiamo una maggiore attenzione delle forze politiche impegnate in questi giorni nella disamina degli articoli del Ddl.
Auspichiamo che dalla propaganda mediatica sull’uso di “braccialetti” o di edilizia carceraria selvaggia si passi a pensare, invece, al carcere come elemento di un sistema sociale vivo che necessita di un numero congruo di operatori trattamentali e di collegamenti di rete con il territorio, contesto ove dover incidere per limitare le recidive e la paura sociale.
In caso contrario assisteremmo per l’ennesima volta al triste ed irrispettoso scenario al quale l’attuale compagine governativa ci ha abituati ove gli interessi e le incapacità risultano essere i veri protagonisti. Una immagine vergognosa che, nel caso specifico, oltre all’incremento abnorme della popolazione detenuta ha ulteriormente depotenziato e svilito il mandato istituzionale delle professionalità preposte.

Cgil - Coordinamento Nazionale Penitenziari Comparto Ministeri