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di Monica Vistali

www.agoramagazine.it, 29 giugno 2011

Impossibile comunicare con i 4 detenuti italiani trasferiti a Yare. Il blocco delle visite preoccupa i parenti dei prigionieri che vogliono scoprire il vero stato in cui versano i loro famigliari. La testimonianza di Padre Leonardo: carceri sovraffollate, armi e droga, i prigionieri in attesa della prima udienza.
Dopo una breve telefonata martedì scorso, non è più riuscito a mettersi in contatto con i quattro italiani che usciti illesi dalla rivolta armata del “Rodeo I” e ora sono rinchiusi nel carcere ‘Yare IÌ. Padre Leonardo Grasso - responsabile di “Icaro”, l’Ong che fornisce assistenza ai connazionali in Venezuela - racconta che non hanno ancora ottenuto il permesso dalle autorità venezuelane per visitare i prigionieri.
Il blocco delle visite genera inquietudine tra i familiari dei prigionieri, che da alcuni giorni reclamano il diritto di sapere se i loro figli, mariti e fratelli sono davvero vivi e lo stato di saluti in cui versano. Le liste diffuse dal governo, con i nomi di tutti i detenuti trasferiti in varie prigioni del Paese, non fanno diminuire la tensione perché tuttavia regna sovrana la disinformazione sia sugli avvenimenti passati che sulla situazione in cui si trovano adesso i detenuti. Secondo Padre Leonardo “c’è una mancanza d’informazione e solo ai giornalisti di “Canale 8” (network del governo) è consentito l’accesso alle prigioni.
Per questo, qualcuno suggerisce che il trasferimento forzato dei carcerati del Rodeo e il blocco delle visite sono un meccanismo disegnato dalle autorità per impedire che si verifichi esattamente il numero delle vittime della rivolta (le cifre ufficiali dicono 26, ma altri parlano di quasi 90 morti). Un mare di criminali in cui galleggiano anche degli innocenti. Pochi programmi di riabilitazione, troppo tempo senza fare nulla, molta droga, e molte armi. Se si vuole capire il Rodeo, spiega Padre Leonardo: “Bisogna dimenticarsi dei film statunitensi con due uomini che parlano buttati su delle brande”.
Nel Rodeo non ci sono celle: sono state buttate giù le pareti interne e ci sono spazi unici che ospitano un gran numero di persone, da 200 a 500. Questi sono chiusi con una porta che è la difesa del “padiglione”, controllata dagli stessi prigionieri organizzati in gruppi armati. In questi “saloni” i detenuti trascorrono le notti, gettati sul pavimento, su un pezzo di cartone o se hanno fortuna su una stuoia. Solo i “pranes” (così sono chiamati i capi delle bande) e chi ha molti soldi (tanti) possono permettersi uno spazio più tranquillo, condiviso con solo una dozzina di persone.
Grave il sovraffollamento delle carceri. Nel 2007 vi erano circa 20 000 prigionieri in Venezuela - il sacerdote italiano racconta - mentre quest’anno il numero ha raggiunto i 48 000. Rispetto alle sole due nuove prigioni (il Coro e Yare III) che possono ospitare solo 800 persone ciascuna.
Il soprannumero e il sovraffollamento di detenuti è particolarmente pericoloso soprattutto perché non c’è separazione in base al crimine e questo fa si che un adolescente al “primo furto” si ritrovino in mezzo a pericolosi criminali e assassini. Inoltre, l’80% dei prigionieri non hanno ancora avuto un processo - questo vuol dire che davanti alla legge sono ancora innocenti - e il 20% non ha ancora presenziato la prima udienza. Padre Leonardo ha detto che in 15 anni di attività con l’associazione Icaro, ci sono stati casi d’italiani detenuti per anni e poi rilasciato perché sono stati giudicati innocenti. In Venezuela ogni anno ci sono quasi 400 morti tra i prigionieri. Padre Leonardo ci fa capire la responsabilità delle guardie, vista la presenza di veri arsenali da guerra (nel Rodeo sono state trovate bombe a mano) dentro le mura del carcere.