sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Rosaria Manconi


La Nuova Sardegna, 8 febbraio 2020

 

"Mentre l'eco delle polemiche sulla morte poco chiara del migrante del Centro di Permanenza per il rimpatrio di Gradisca d'Isonzo ancora non si è spenta e da più parti ci si interroga sulla effettiva necessità ed idoneità sostanziale di queste strutture, la città di Macomer ha aperto i cancelli del suo ex carcere ai primi migranti irregolari, espulsi dal territorio dello Stato in attesa di essere identificati e poi estradati nei loro paesi di origine.

Sono attualmente otto gli stranieri "momentaneamente" trattenuti nel CPR ma già nei prossimi giorni sono previsti nuovi arrivi, sino a raggiungere un numero di cinquanta e, in futuro, appena un'altra parte della struttura verrà resa fruibile, si potrebbe arrivare a cento.

Dunque anche la Sardegna ha il suo luogo di detenzione delle persone migranti, di cui avremo volentieri fatto a meno. Perché, come pure gli altri centri della penisola, si rivelerà strumento totalmente inutile per contrastare il fenomeno della immigrazione clandestina ed, invece, ripropone quel binomio immigrazione/sicurezza, tanto evocato da certa politica.

Reso ancora più evidente dai recenti Decreti sui quali, oltre al Presidente della Repubblica, anche la più autorevole magistratura, nel corso della recente inaugurazione dell'anno giudiziario, ha fermato l'attenzione sollecitando interventi correttivi conformi alle norme costituzionali e pattizie. Mettendo in guardia il legislatore ed il governo circa l'effetto criminogeno e di insicurezza che discende dalla mancanza di politiche razionali che consenta l'ingresso legale e l'inserimento di coloro che già si trovano nel territorio. Un sollecito cambiamento di rotta, quindi, in tema di politica migratoria ed una svolta, richiesta da più parti, che preveda la cancellazione di quella che viene definita "l'autentica vergogna dei campi di detenzione".Tali sono, di fatto, i CPR.

Edifici che hanno tutte le caratteristiche di un carcere di massima sicurezza senza paradossalmente neppure le garanzie previste per chi vi si trova ristretto e nei quali gli immigrati, pur non avendo violato un precetto penale, vengono privati delle loro libertà. Luoghi che, sotto il profilo della sicurezza e della gestione, quest'ultima in appalto ad enti privati, hanno mostrato non poche criticità (leggasi opacità).

È difficile dire cosa succederà nel CPR di Macomer. Le premesse non consentono di ipotizzare risultati diversi rispetto agli altri Centri di accoglienza. La struttura, in sé, non garantisce il rispetto dei diritti dei "trattenuti". L'assenza di aree di socialità, il divieto di comunicazione con l'esterno attuata mediante il sequestro dei telefoni personali e la mancanza di strutture destinate alla, seppure momentanea, integrazione (biblioteche e luoghi di lettura, impegno lavorativo, pratica di attività fisiche, per esemplificare) fanno ragionevolmente ritenere che l'ozio, la convivenza forzata e la promiscuità, la condizione di ghettizzazione unita alla mancanza di speranza ed alla prospettiva di una permanenza sine die, possano dare vita a situazioni di tensione difficilmente controllabili.

Sono già tanti i problemi presenti: dalla tutela della salute sino alla effettività della difesa legale dei ristretti, dalla garanzia dei servizi essenziali, al rispetto delle libertà e dei diritti fondamentali. In questa situazione è davvero impensabile individuare nel CPR di Macomer una soluzione utile a regolare il flusso migratorio e, ancora meno, come pure taluno vorrebbe, una opportunità di sviluppo per il territorio. ll Centro, lungi dal produrre posti di lavoro e contribuire alla crescita economica della zona rischia invece di alimentare pregiudizi e discriminazione.

Perché, piaccia o meno i CPR evocano, e sono, luoghi di sofferenza, emarginazione ed esclusione sociale che non possono non toccare le coscienze. Sono il segno tangibile del fallimento della politica di accoglienza ed integrazione se ancora oggi centinaia di irregolari -un esercito di invisibili in gran parte preda di organizzazioni criminali e di sfruttamento lavorativo- vengono, del tutto casualmente, rastrellati per essere relegati in questi luoghi.

Senza che, peraltro, il fenomeno della clandestinità venga minimamente scalfito. In un'ottica umanitaria ed insieme utilitaristica, non già ai CPR i nostri amministratori dovrebbero, quindi, guardare ma ai tanti esempi virtuosi che provengono da quei Comuni che nell'accoglienza hanno individuato potenzialità di crescita e freno allo spopolamento. Facendo rivivere, grazie alla presenza dei migranti e dei rifugiati, le scuole ed i servizi, le case abbandonate dei centri storici, le attività agricole od artigianali dismesse da tempo. Questo potrebbe essere un modo nuovo, fra i tanti, di concepire il fenomeno migratorio. Ovvero non già come un pericolo ma come una possibile ed utile risorsa."

 

*Avvocato del Foro di Oristano