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di Andrea Ossino


Il Tempo, 29 aprile 2020

 

Secondo gli avvocati potrebbero mancare le garanzie per un giusto dibattimento. La "fase 2 della giustizia" è alle prese con un difficile compromesso tra un sistema capace di garantire il distanziamento sociale e la salvaguardia dei principi costituzionali che regolano i processi.

I dubbi sollevati dagli avvocati sono numerosi: i protagonisti del processo sarebbero lontani dalle aule, gli imputati potrebbero apprendere di dover andare in carcere guardando uno schermo, mentre piattaforme e server la farebbero da padrone creando un forte rischio per la privacy. La "fase 2 della giustizia" è alle prese con un difficile compromesso tra un sistema capace di garantire il distanziamento sociale e l'indispensabile salvaguardia dei principi costituzionali che regolano i processi. Il dibattito sul processo telematico è entrato nel vivo prefigurando una realtà non di certo orwelliana, ma che cambierebbe la fisionomia delle udienze.

I dubbi sollevati dagli avvocati sono numerosi: i protagonisti del processo sarebbero lontani dalle aule, gli imputati potrebbero apprendere di dover andare in carcere guardando uno schermo, mentre piattaforme e server la farebbero da padrone creando un forte rischio per la privacy. E poi resta una grande incognita da sciogliere: la difficoltà di accesso al pubblico e alla stampa, che garantisce oltre al diritto all'informazione, anche una forma di controllo su chi esercita la giustizia.

Nella Capitale, già nel 2008, avvocati, magistrati, politici e tecnici di ogni sorta studiarono per un anno intero, con tanto di inaugurazione del progetto pilota da parte degli ex ministri Renato Brunetta e Angelino Alfano, per capire come costruire un procedimento penale da remoto. Alla fine gettarono la spugna scontrandosi con i problemi di formazione del personale e le poche garanzie per la privacy.

Dodici anni dopo, però, in piena emergenza sanitaria, l'Associazione Nazionale dei Magistrati si mostra favorevole all'idea che eliminerebbe assembramenti e mobilità, riducendo così le possibilità di contagio. Gli avvocati sono riluttanti all'idea di una smaterializzazione del processo che, secondo loro, non garantirebbe il rispetto dei principi costituzionali.

Del resto anche adesso, quando il processo telematico è stato autorizzato solo per le convalide dell'arresto, i problemi sono evidenti. Lo dimostra la conversazione narrata dall'avvocato milanese Daniela Insalaco, che ha difeso una persona fermata a Roma. La conversazione è surreale: "L'arresto è convalidato, cominciamo subito col processo, come da protocollo", avrebbe affermato il giudice. E l'avvocato: "Ma, signora giudice, non mi risulta che il protocollo per il virus abbia modificato il codice penale. Dovrei parlare prima col mio cliente e, in ogni caso, chiedo un rinvio, a termini di legge, per preparare la difesa".

Colloqui come questi, se il governo approvasse l'emendamento al decreto "Cura Italia" (prevede processi remoti almeno fino al 30 giugno), sarebbero sempre più frequenti. "L'avvocatura non è contraria al miglioramento del funzionamento giustizia attraverso innovazioni telematiche, ma chiediamo che vengano garantiti principi fondamentali su cui si fonda lo stato di diritto", affermano Roberto Nicodemi e Giorgia Celletto, consiglieri dell'ordine degli avvocati di Roma.