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di Francesco Grignetti


La Stampa, 29 aprile 2020

 

Mossa a sorpresa del ministro della Giustizia che indica il giovane pubblico ministero di Palermo che si occupava con Nino Di Matteo dell'inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia. È con una mossa a sorpresa che il ministro Alfonso Bonafede cerca di uscire dal pantano delle critiche sulla gestione delle carceri. Ha scelto come vicecapo dell'amministrazione penitenziaria un giovane pm di indiscusso carisma, Roberto Tartaglia, napoletano, 38 anni, pubblico ministero a Palermo da 10 e lì titolare assieme a Nino Di Matteo del fascicolo sulla Trattativa Stato-Mafia.

Non un brusco avvicendamento con l'attuale responsabile, Francesco Basentini, ex procuratore capo di Potenza, ma quasi. La posizione di Basentini era già stata minata dopo le rivolte nelle carceri all'inizio dell'emergenza sanitaria. Una picconata quasi irrimediabile arriva però dallo scandalo delle scarcerazioni di boss mafiosi.

Non che si possano addebitare a Basentini le scelte di tanti magistrati di sorveglianza. Un'improvvida circolare ai direttori degli istituti, però, invitati a "segnalare" alla magistratura di sorveglianza i detenuti ultrasettantenni da esaminate per la scarcerazione, senza distinguere tra soggetti ordinari e mafiosi sottoposti al 41 bis, è risuonata come un tacito invito a mettere tutti fuori. E il caso della scarcerazione del boss camorrista Pasquale Zagaria ha fatto il resto, essendo emersa una gestione del tutto burocratica da parte dell'amministrazione per un personaggio di tale levatura criminale.

Bonafede a questo punto spera nel colpo d'immagine di Tartaglia. Il magistrato ha un curriculum di tutto rispetto. Attualmente è consulente della commissione parlamentare Antimafia. E infatti il suo presidente Nicola Morra si spende in un elogio a tutto tondo di Tartaglia: "L'indicazione del ministro Bonafede è un chiaro e determinato segnale di cambio di passo. Tartaglia ha fronteggiato, insieme a Nino Di Matteo, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene il fondamentale processo Trattativa Stato Mafia, ma anche la gestione di detenuti come Riina, Bagarella, i fratelli Graviano. In commissione Antimafia, insieme agli altri magistrati consulenti ha lavorato alla desecretazione degli atti su Falcone e Borsellino. Sono soddisfatto di questa nomina perché diamo un chiaro segnale a chi crede che i mafiosi possano tornare a casa. Un augurio sincero di buon lavoro".

Il senso della scelta è palese. Tartaglia è uno che di mafia ne capisce. Ha seguito indagini e processi legati agli assetti mafiosi più attuali, occupandosi di alcuni dei mandamenti più importanti del capoluogo siciliano. E lo stesso ministro della Giustizia rimarca che "nella sua carriera è stato delegato alla gestione di numerosi detenuti sottoposti al regime del 41 bis, come Salvatore Riina, Leoluca Bagarella, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, Antonio, Giuseppe e Salvatore Madonia, Salvatore Lo Piccolo".

Ovvero i boss più pericolosi di Cosa Nostra. Sembrano soddisfatti molti sindacati di polizia penitenziaria. "Il curriculum di Tartaglia - dice ad esempio Giuseppe Moretti, dell'Unione Sindacati di Polizia Penitenziaria - fa ben sperare anche per affrontare la gestione delle emergenze".

Ma Tartaglia ha fama di grande efficienza e conoscenza della modernità. Qualche mese fa, quando si parlava di lui come di un possibile sostituto di Raffaele Cantone alla guida dell'Anticorruzione, parlava così al Fatto quotidiano: "La grande sfida è abbinare il dovere del rispetto della legalità con l'obiettivo dell'efficienza degli appalti". E però conosce anche la storia italiana, i suoi vizi atavici. Diceva all'agenzia di stampa Agi qualche settimana fa, in un parallelismo tra la Napoli ottocentesca e l'Italia attuale: "Dalla legge del risanamento napoletano del 1885, che seguì proprio ad una epidemia di colera e che causò, per dirla in breve, effetti decennali di corruzione, appalti eseguiti male, politiche clientelari e rafforzamento esponenziale della potenza camorristica, a gran parte delle altre emergenze più recenti, la storia del nostro Paese mostra le tracce impietose della cronica sottovalutazione di questi frangenti di vulnerabilità. Ignorarli per inseguire il fine della "ripartenza a qualunque costo" non è solo eticamente inaccettabile, ma anche tremendamente illusorio: significa far finta di non vedere che in questo modo si costruiscono economie malate già in partenza".