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di Eleonora Martini


Il Manifesto, 29 aprile 2020

 

"Commissariato" il numero uno, Francesco Basentini. La presidente della Consulta, Marta Cartabia, suggerisce alla magistratura di sorveglianza di "perseguire le finalità rieducative del condannato". La recente polemica sulle scarcerazioni anticipate di alcuni boss mafiosi, ultra-settantenni e troppo a rischio in caso di contagio da Covid-19, che ha investito il Dipartimento di amministrazione penitenziaria facendo traballare la poltrona più alta, deve aver convinto proprio il numero uno, Francesco Basentini, ad ingoiare il rospo.

Da ieri, infatti, per decisione del ministro di Giustizia Alfonso Bonafede, alla guida del Dap il capo non sarà più solo ma sarà affiancato dal pm antimafia Roberto Tartaglia, napoletano di 38 anni, un magistrato che era stato già proposto per la Direzione generale detenuti senza incontrare il plauso di Basentini. D'ora in poi sarà il suo vice, ed è un sollievo per i tanti addetti ai lavori che non ritengono l'attuale capo del Dap all'altezza della fase emergenziale che sta investendo il carcere.

Attualmente consulente della commissione Antimafia, a 27 anni è arrivato a Palermo dove è stato per dieci anni sostituto procuratore e membro della Direzione distrettuale antimafia. Ha fatto parte del pool di inchiesta sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia e ha seguito la gestione di alcuni detenuti e collaboratori di giustizia eccellenti come Riina, Provenzano (il cui "colonnello" Francesco Bonura è tra coloro che una settimana fa hanno ottenuto i domiciliari), Lo Piccolo, i fratelli Graviano e i Madonia, per esempio, tutti sottoposti al regime duro del 41 bis, o i pentiti Brusca e Spatuzza.

Insomma, una personalità che di certo non può essere accusata di favorire i boss mafiosi e che perciò accontenta i grillini di stampa e di regime. Però tra coloro che operano in carcere e si occupano di diritti dei detenuti c'è anche chi mostra qualche preoccupazione: "Non ho nulla da eccepire sul nome però trovo disdicevole che ancora una volta si scelga un Pm ai vertici del Dap - commenta la Radicale Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino - gente che non ha mai messo piede in un carcere, luogo dove i principi costituzionali della pena sono sconosciuti".

Il Garante dei detenuti Mauro Palma saluta "positivamente" la nomina, "soprattutto perché quel ruolo era scoperto da tempo", ma raccomanda di non ridurre ogni intervento sul carcere ai "9.832 detenuti odierni in regime di alta sicurezza o di 41-bis". Piuttosto l'ufficio del Garante invita a riflettere di più "sulle possibili misure volte a ridurre l'affollamento carcerario", non solo per arrivare a "rispettare la capienza effettiva degli Istituti di pena" (46.731 posti occupati da 54.168 persone) ma, essendo il numero di detenuti positivi già prossimo ai 150, Palma chiede "di non colmarla nella sua totalità, data la necessità che può sempre porsi di avere spazi disponibili per eventuali separazioni e isolamenti".

Anche Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, avverte: "La gestione delle carceri richiede una visione generale che tenga conto di bisogni educativi, di integrazione sociale, di salute e di sicurezza. Il management penitenziario deve gestire dunque un mondo complesso. Ci auguriamo che di questo se ne tenga conto in tutte le successive azioni di governo. Ad esempio in questa fase sarebbe importante, anzi decisivo, assumere almeno 300 nuovi direttori di carcere che possano con motivazione affiancarsi ai tanti impegnati sul territorio".

La nomina arriva casualmente proprio nel giorno in cui la presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia, dopo aver ricordato, nella relazione annuale sulle attività della Consulta, le sentenze n. 99, sull'applicabilità dei domiciliari ai "condannati affetti da gravi malattie psichiche sopravvenute" in carcere, e n. 253, "che ha dichiarato illegittimo l'articolo 4-bis, comma 1, o.p. nella parte in cui non consente" ai condannati per mafia e terrorismo "la concessione di permessi premio anche in assenza di collaborazione con la giustizia", suggerisce alla magistratura di sorveglianza di "perseguire le finalità rieducative del condannato, senza trascurare, al tempo stesso, le esigenze della sicurezza della collettività, ma calibrando ogni decisione sul percorso di ciascun detenuto, alla luce di tutte le circostanze concrete".