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di Marco Revelli


La Stampa, 11 ottobre 2020

 

Esce dopo domani da Einaudi, nella collana i millenni, l'epistolario dalla prigionia del grande intellettuale comunista. La versione "definitiva" di un classico della letteratura antifascista.

L'8 novembre 1926 Antonio Gramsci viene arrestato a Roma, e rinchiuso a Regina Coeli "in regime d'isolamento".

Iniziava così un lungo calvario, destinato a concludersi con la morte, il 27 aprile 1937. Un decennio, nel corso del quale scriverà (oltre ai 33 celebri Quaderni) centinaia di lettere, in condizioni proibitive affidate all'arbitrio dei suoi carcerieri, nei tanti luoghi di detenzione o di transito: a San Vittore, dove fu rinchiuso nei mesi del processo e dove gli era concesso di scrivere una sola volta a settimana avendo a disposizione unicamente due fogli di carta; a Turi dove restò cinque anni e dove poteva scrivere una volta ogni 15 giorni con un unico foglio che ripiegava in due per raddoppiare i destinatari; a Civitavecchia, dove fu detenuto già gravemente ammalato per qualche settimana prima di essere trasferito alla clinica Cusumano di Formia, e ancora al Carmine di Napoli, all'Ucciardone di Palermo, a Caserta o Isernia durante i trasferimenti.

Lettere sottoposte a minuzioso controllo e censura da parte delle direzioni carcerarie, scritte nelle poche ore concesse, spesso negli stanzoni comuni, su tavolacci, banchi e piani d'appoggio improvvisati, le quali costituiscono tuttavia - o forse proprio per questa inumana asperità della condizione - un documento straordinario, letterario prima ancora che politico, oltre che una sconvolgente denuncia contro il fascismo.

Gran parte del materiale è composto da lettere ai familiari più stretti (la moglie Giulia, la cognata Tania, la madre Giuseppina, i figli Delio e Giuliano, i fratelli Gennaro, Carlo, Mario e le sorelle Grazietta e Teresina) e agli amici più cari (Piero Sraffa in primis), accanto alla corrispondenza con gli avvocati e con un certo numero di militanti e (pochi) dirigenti comunisti. Su quel corpus eterogeneo e frammentato, disperso in mezza Europa, si concentrò, fin dai giorni immediatamente successivi alla morte di Gramsci, il gruppo dirigente del Partito comunista italiano, in particolare Palmiro Togliatti, con l'intento di rendere omaggio al suo fondatore e di rafforzare la battaglia antifascista, offrendo come "patrimonio del proletariato" il lascito di un suo grande pensatore.

Ma l'opera si rivelò assai più lunga e complicata del previsto (una "storia nella storia"), resa ardua dalle vicende politiche in un'Europa dominata dai fascismi con la guerra incombente, dalle fratture e dai dissapori famigliari, dalle convulsioni e dalle feroci vicende dell'epoca staliniana, tra Parigi, Barcellona (in piena Guerra civile), Roma, Mosca... E vedrà la luce solo nel 1947, nella prima edizione einaudiana col titolo Lettere dal carcere, ottenendo un immediato successo di pubblico e di critica. Elio Vittorini, Italo Calvino, Benedetto Croce espressero giudizi entusiastici. Vinse il prestigioso Premio Viareggio, divenendo un "caso letterario". La prima tiratura di 7.500 copie andò subito esaurita e in meno di un anno fece cinque ristampe.

Conteneva 218 lettere (quelle che era stato possibile reperire), riprodotte quasi integralmente, con qualche dichiarata omissione: le missive che si era ritenuto opportuno omettere per il loro carattere intimamente personale (che avrebbero potuto rivelare momenti di cedimento fisico, dissidi famigliari, irritazioni e sconforto). E alcune (per la verità poche, perché sui passaggi politici aveva già lavorato la censura carceraria) reticenze sugli aspetti più scabrosi della battaglia politica interna al Partito e all'Internazionale comunista (per lo più riferimenti a nomi scomodi, come Bordiga o Trockij).

Inoltre, venivano omesse le lettere del 1933, quando la salute di Gramsci era precipitata. Rimedierà ai vuoti una nuova edizione accresciuta delle Lettere curata da Sergio Caprioglio e Elsa Fubini pubblicata nel 1965 nella prestigiosa collana NUE. Conteneva 428 lettere (quasi il doppio rispetto all'edizione precedente), di cui 119 inedite e tutte con testo rigorosamente integrale, controllato (con la collaborazione anche di Sraffa) sull'originale.

Ora, a più di mezzo secolo da quella storica pubblicazione, giunge una nuova sontuosa edizione delle Lettere, ancora per Einaudi, nella collana "I Millenni" (pp. 1376, € 90, da martedì in libreria), quasi a celebrare il carattere di "classico della letteratura" di quell'epistolario. Curata con precisione filologica da uno specialista negli studi gramsciani, Francesco Giasi, che firma anche una preziosa e dettagliata introduzione, questa "definitiva", potremmo dire, riproposizione delle Lettere - 489 complessivamente, dalla prima, del 20 novembre 1926 alla moglie Giulia, all'ultima, straziante, del 23 gennaio 1937 al figlio Giuliano, più un'appendice di 22 documenti - si arricchisce di un ulteriore repertorio di inediti "assoluti", per così dire. In particolare tre lunghe lettere alla madre Giuseppina, dell'estate del 1929, con una gustosa vicenda famigliare relativa al fratello Nannaro (Gennaro) oltre a questioni relative all'allevamento dei bambini; e una successiva, a Gennaro stesso, con interessanti giudizi sulle pratiche avvocatizie. Completano il volume una dettagliata Cronologia e 36 schede biografiche di Corrispondenti e famigliari a cura di Maria Luisa Righi, oltre a un preziosissimo e monumentale indice dei nomi.

Oggi, a quasi un secolo dalla prima lettera, a più di 70 anni dalla prima edizione, si può ben dire che questo resta - come scrive Francesco Giasi - "un libro da leggere pagina dopo pagina, come un'opera letteraria. Un'opera capace di raccontare una storia drammatica - con l'esito più tragico - come solo i capolavori della letteratura sanno fare".