Adnkronos, 7 ottobre 2010

Un giovane tunisino, ricoverato nel Centro Clinico della Casa Circondariale di Cagliari, attua da 21 giorni lo sciopero della fame e della sete per sollecitare dalle autorità diplomatiche del suo Paese il lasciapassare per rientrare in Tunisia, in attuazione del decreto di espulsione. Il provvedimento è stato emesso dal Magistrato di Sorveglianza quale pena alternativa alla detenzione che finirà di scontare nell’estate dell’anno prossimo. Ne dà notizia Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione Socialismo Diritti Riforme denunciando un altro caso, per molti versi assurdo, che si scarica sulla struttura penitenziaria cagliaritana, peraltro in gravi difficoltà per il sovraffollamento e la drastica riduzione delle prestazioni sanitarie.
Jalel El Asghaa, nato in Tunisia il 24 febbraio 1980, non riesce ad ottenere l’attuazione del decreto di espulsione dal territorio dello Stato Italiano emesso il 14 maggio scorso quale sanzione alternativa alla pena residua di reclusione dal magistrato di sorveglianza del Tribunale di Modena. Il provvedimento, inviato al Questore di Cagliari per l’esecuzione, non può, infatti, essere attuato in assenza del passaporto o del lasciapassare delle autorità diplomatiche tunisine.
Inutilmente l’Ufficio Stranieri della Questura di Cagliari ha scritto e telefonato al Consolato ed all’Ambasciata di Tunisia in Italia. Nessuna risposta utile è stata però fornita da consentire l’accompagnamento alla frontiera a mezzo della forza pubblica, secondo quanto previsto dal Magistrato. Di conseguenza l’uomo dovrà restare in stato di detenzione per altri otto mesi fino a scontare la pena. Solo allora potrà uscire dal carcere con l’intimazione a lasciare l’Italia ma non avrà comunque i documenti.
In caso di inosservanza del decreto di espulsione rischia quindi nuovamente l’arresto e la condanna. Nell’attesa che le autorità diplomatiche tunisine, sollecitate dal Ministero degli Esteri italiano interessato dalla Questura di Cagliari, rilascino il lasciapassare, Jalel El Asghaa - conclude la presidente di Socialismo Diritti Riforme - rischia di essere ricoverato in una struttura ospedaliera per l’aggravamento delle condizioni fisiche successive al rifiuto del cibo e dell’acqua. Una situazione insomma paradossale, senza possibilità di alternative, creata dalla mancata risposta ad una richiesta legittima di un cittadino evidentemente non gradito dal suo Paese.